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Dai un futuro alle tue passioni

IlTestamentoDelGiullareDiCorte

   “Da qualche istante ho aperto gli occhi stamani, e ancora una volta ho visto il Sole sorgere puntuale a illuminare le orme del cammino della mia esistenza, per evitare che io dimentichi il passato… sì, il passato… costellato, come una notte estiva, di gioie dal valore incalcolabile, e di dolori, causati soprattutto da errori commessi per debito d’esperienza.
   Mi sento profondamente solo, mentre vivo da vagabondo sul cuore della Terra, sospinto dalla corrente in mezzo a una miriade di uomini senza volto, e il mio occhio spazia smarrito nelle profondità dell’universo, fosse solo per trovare una luce diversa che mi rinnovi la speranza.
   Oh… misero uomo, nullità informe… quale senso di opprimente smarrimento ti lascia muto e ostile, mentre continui a cercare in pianto la sorgente della tua vita!
   Una mano invisibile opprime il mio animo straziato dal tormento, e affannoso diventa il mio respiro, come se sul monte più alto l’aria rarefatta fuggisse le mie labbra, gioiosa d’uno scherzo infame.
   Con le ali tarpate dal buio precipito nel baratro del Nulla, in balìa soltanto del muto desiderio di conoscere la follia, unica arma, seppur nemica, per uccidere la sofferenza.
   Forse… forse questo è l’unico modo di morire, per chi come me è vissuto senza lasciare tracce del suo passaggio, mentre gli eroi scalano le vette più alte, e conquistano il cielo.
   No, non ho affatto vissuto, no… sono soltanto vilmente esistito, con l’illusione di avere per tesoro un barlume di vuota autocoscienza.
   E ora… che cosa mi resta da fare?
   Sono uno spirito anonimo, che spicca il volo poi si ferma ritorna cade si solleva sempre più faticosamente, preso in un vortice di parole urlate e sopìte, e mi lascio cullare dal turbine delle contingenze, e di nuovo un’onda improvvisa più forte io annego ma che importa e il cuore batte di corsa respiro e poi ancora in delirio risorgo cammino corro mi perdo no no è finita grazie non so a perdifiato è un sogno un nirvana silenzioso…
   La pace.
   Forse… forse mi pare di scorgere in lontananza… una luce… bianca… pura… come un faro, che si erge alto dalla tempesta. Che cosa può essere? L’ultima beffa di un circo di pagliacci, lo scherzo di un destino sadico e burlone?
   Ecco… ecco che rinasce in me una debole speranza, forse solo l’estremo frutto della mia ottusità, ma forse… forse è un lumicino che salva, è la fine del tunnel, di una vita di grigiori immeritati, di sentimenti in cocci.
   E ora? Sperare ancora in una vicina salvezza, o terminare definitivamente questo romanzo con un triste capitolo di tenebra?
   Non so… in quest’infinita utopia forse esiste un Dio dalle innumerevoli sembianze che vuole farmi partecipe della sua incontenibile essenza, e come… come un feto cresce in me il desiderio d’intuire il suo mistero.
   Ora che per me sta per aprirsi l’inesorabile varco delle certezze, nutro soltanto la speranza che questa follia non abbandoni la mia mente, e la mia mano.
   Che possa finalmente essere la pace del mio spirito infranto.”









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BloodyMary

Madre, come vorrei che Voi foste qui! Abbiamo sofferto entrambe, e per lungo tempo, ma ora sono felice di poterVi annunciare, senza tema d’esser smentita, che il mio desiderio di maternità è stato esaudito. Dio ha ascoltato le nostre preghiere, e presto avremo un erede! Questa meravigliosa notizia è riuscita a sollevare il mio cuore, e lo spirito mesto che lo adombrava da tempo. Tutte le sofferenze e le umiliazioni che abbiamo patito in questi anni si scioglieranno come neve al sole, e con l’aiuto di Dio non ne resterà nemmeno il ricordo. Presto partorirò un figlio. Presto, il popolo d’Inghilterra conoscerà il capostipite di una nuova discendenza.

Da alcune settimane ormai non ho più ciclo mestruale, né i malesseri tipici che lo accompagnano. Inoltre, i medici hanno constatato un indubbio ingrossamento del mio ventre, che in verità sento crescere di giorno in giorno. Sono tutti segnali di buon auspicio, che mi fanno sperare in un futuro migliore.

Mia regina, madre mia, senza dubbio alcuno Voi siete la persona che più di ogni altra può comprendere il mio stato d’animo. Non ci sono parole per descrivere le sensazioni che scuotono il mio cuore, ma sono certa che Voi capite benissimo ciò che intendo dirVi. Sono la Vostra unica figlia, la sola che sia sopravvissuta a una triste serie di aborti. Dio ha voluto così. Ha voluto chiamare a sé quelli che avrebbero potuto essere i miei fratelli, lasciandomi sola a difendere l’onore del Vostro nome. Mi duole molto doverlo riconoscere, ma le pagine storiche che verranno scritte sulla nostra famiglia ricorderanno mio padre, Vostro marito, come colui che ha portato dolore, e rancore, davanti a Dio e al suo popolo. Mio padre, re Enrico VIII, lo dichiaro qui e ora solennemente, è motivo di vergogna per me, a causa delle sue intemperanze, dei suoi disordini intellettuali e spirituali, nonché delle azioni dissennate che ha compiuto in materia di fede.

Per quanto io mi sforzi, non riuscirò mai a capire come abbia potuto preferirVi quella donna, Anna Bolena. E badate, non mi riferisco al fatto che abbia cominciato a darle attenzioni quando già era sposato con Voi, e neppure all’idea che lei fosse una semplice dama al seguito della Vostra corte. No. Qualsiasi uomo di sani principi, oso dire qualsiasi maschio capace di esprimere un giudizio obiettivo di fronte a due femmine, sono convinta sceglierebbe Voi seduta stante. E il motivo è semplice. Per Voi parlano il Vostro stile, e la morale, e l’intelligenza, e il timore di Dio, che invece non hanno trovato terreno fertile in quella donna, che il solo aspetto ha di gradevole. Ma ahimè, tutti noi sappiamo quanto la bellezza sia fragile ed effimera, soprattutto quando non sia riflesso di un’anima cortese.

Su questa terra non v’è cosa più triste di un uomo debole, dalla ragione latente e dal temperamento volubile. Se poi costui indossa la sacra corona d’Inghilterra, onore unico al mondo, il danno che ne deriva risulta incommensurabile. L’elenco degli errori che mio padre ha commesso è tanto lungo da suscitare grave imbarazzo al cospetto di Dio e di qualsiasi altro giudice terreno. Egli Vi ha rinnegata, ha tentato di annullare le Vostre nozze. Ha inoltre disconosciuto la mia legittimità di figlia, come fossi stata concepita in un letto di lussuria, e ha osato negarmi qualsiasi istruzione in materia di affari di Stato. Egli dunque può rendere grazie soltanto alla mia formazione cattolica e al mio animo indulgente se oggi, mentre egli riposa per l’eternità, ho ancora la forza e l’ardire di riconoscere in lui il sangue del mio sangue, la carne della mia carne.

Non ho mai smesso di pensare che Voi foste vittima di un avvelenamento, strumento quanto mai vigliacco per sopprimere il nemico, ma purtroppo non sono mai riuscita a provare la veridicità dei miei sospetti. So che non potrà mai esserVi di consolazione, ma quella donna senza timore di Dio è caduta in disgrazia presso mio padre, Vostro marito, il quale è arrivato ad accusarla di adulterio e di stregoneria, ordinandone l’immediata decapitazione.

Voi, Caterina d’Aragona, l’unica vera regina che io abbia mai riconosciuto come tale, non potete immaginare a quante nefandezze io abbia dovuto assistere. Quali orrori e brutalità siano stati commessi verso il popolo e la nostra stessa famiglia. Dal profondo del mio animo odo levarsi un grido di dolore e di disperazione che sale fino al cielo, che invoca pietà e aiuto al Dio dei nostri padri. Vostro marito, re Enrico VIII, ha percorso la strada dell’eresia, che lo ha irrimediabilmente condotto alla rovina. Aveva considerato la nostra religione, il cattolicesimo di Roma, come un suo affare privato, come strumento per le sue relazioni politiche. Ma la sorte non è stata benevola con lui, e lo ha giustamente punito, mediante le ripetute sconfitte nelle sue battaglie familiari.

Degni seguaci di mio padre, indegni quindi di sedere sul trono d’Inghilterra, hanno compiuto azioni subdole e violente affinché io fossi estromessa dalla successione alla corona. Dopo l’ennesima scelleratezza, che mi avrebbe visto soccombere di fronte a scelte dinastiche sciagurate, mi sono vista costretta a difendere strenuamente e con ogni mezzo i miei diritti di erede diretta e legittima. Madre mia, nove giorni sono stati sufficienti. Soltanto nove giorni! Per rivendicare i miei, o per meglio dire i nostri privilegi, sepolti dalle ingiustizie degli eretici. Il popolo mi ha acclamata a gran voce come unica regina d’Inghilterra, e ho potuto così sedere sul trono che da tempo mi spettava. Era il 19 luglio 1553. L’alba di una nuova era.

Come primo atto di governo ho dovuto compiere il gesto che Dio stesso ci chiedeva da tempo. Ho abolito la riforma di fede, quella vergognosa eresia che mio padre scellerato, Vostro marito, aveva sciaguratamente approvato durante il suo regno. Il mio primo passo è stato così la restaurazione della religione cattolica. Madre mia, la nostra amata Inghilterra deve tornare nel più breve tempo possibile nell’orbita papale, restituendo al clero l’autorità che mio padre gli aveva sottratto, e a tal fine sono orgogliosa di affermare che Dio ha trovato in me, sua serva e regina, lo strumento più efficace per la riaffermazione del cattolicesimo. Allo scopo di realizzare questa impresa, lo sapete bene, è stato per me indispensabile trovare marito. Un uomo forte, e timorato di Dio, con cui assicurare al popolo un erede maschio che possa consolidare la mia opera.

Filippo II di Spagna. La mia scelta è ricaduta su di lui. E con l’aiuto di Dio questi tempi bui e incerti presto avranno fine. Così sia fatta la volontà del Padre.

Purtroppo, riportare il cattolicesimo in patria non è opera facile, né indolore. La mia mano ha dovuto essere severa, a tratti inflessibile. Decine, centinaia di evangelici manifestano ancora il proprio dissenso verso l’unica fede degna di culto, e a me non resta altra soluzione che reprimere con fermezza qualsiasi tentativo di resistenza e ribellione.

Madre, oh madre… Guardate… guardate laggiù, tutti quei roghi che ardono per la città. Il mio cuore si stringe, e sanguina, mentre li vedo bruciare. Sacrificare vite umane! Il fuoco che si erge, e illumina la notte, e la sconvolge. Distrugge le membra di quegli stolti eretici che hanno rinnegato Dio. Distrugge i loro corpi, le povere anime obnubilate dal peccato, la loro empietà. Credetemi, non avrei mai voluto arrivare fino a questo punto. Non avrei mai voluto ordinare tutte queste condanne a morte, ma ahimè, non mi hanno lasciato altra via. Hanno perseverato nell’errore, hanno dato le spalle alla Verità. Sono stata costretta a fermarli, perché il cattolicesimo è il nostro bene supremo, e io difenderò la mia fede fino in fondo. Anche a costo della vita.

Guardate, madre mia… Non credete anche Voi che io sia incinta? Ormai non passa giorno che io non mi accarezzi il grembo, con la certezza che presto partorirò un figlio, il futuro re d’Inghilterra. Sento questa vita che cresce, dentro di me. Questa vita che Dio stesso ha desiderato. Ha desiderato per noi, per illuminarci e sostenerci nel buio dell’eresia. E ha desiderato per se stesso. Perché noi potessimo compiere la sua opera, perché avessimo un’arma in più, e assai potente, con la quale combattere i riformisti e restaurare il credo di Roma. Ascoltate, mia regina, il crepitio sommesso dei roghi che bruciano. Il fetore della carne, e del sangue. E le ossa che si spezzano fra le braci. Il fumo che si leva alto come incenso, e in ampie volute rende grazie a Dio. Oh madre mia, lo sapete meglio di me… La giustizia divina non fa rumore, trionfa silente nel fuoco che arde.

Dio mio onnipotente, che siete l’unica luce che illumina il mondo e guida i miei passi… Ora che sono qui, sola, in questa stanza, io mi rivolgo umilmente a Voi, e all’ombra dei miei peccati Vi chiedo una risposta limpida e sincera, che possa levarmi ogni dubbio sulle mie condizioni… Questo ventre che s’ingrossa, che prosciuga da giorni il mio sangue mestruale, è davvero il frutto divino che noi tanto abbiamo atteso? O non è forse, piuttosto, un segno barbaro e violento? Una punizione suprema, priva di redenzione? Giacché io so bene che Voi siete saggio e misericordioso, e propenso a perdonare ogni umana vergogna, ma la Natura, che regola l’universo intero, soppesa i meriti e le colpe senza fare sconto alcuno, e colpisce nel cuore delle nostre fragilità. Spero dunque che il mio grembo non sia diventato strumento di punizione né di vendetta verso i peccati della mia famiglia. Vi prego invece, e Vi supplico, dal profondo delle mie debolezze, che io sia feconda di vita e di speranza. Sì da perpetuare il Vostro nome in ogni tempo, e dipingere di Voi le ombre fra terra e cielo.









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Grazie !

Prima l’ho ignorato, poi ho pensato a quanto mi aveva regalato in questi anni e mi sono un pò vergognata per il mio essere così irriconoscente, quindi stamattina ho rimediato e ho fatto una donazione.

GRAZIE WIKIPEDIA!



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SaponetteInOmaggio

Ho fatto tutto io, e tutto da sola! Quante volte ancora ve lo devo ripetere?! Ho scritto settecento pagine di memorie, e anche su questa cosa avete insinuato che invece le avevano scritte gli avvocati al posto mio. Solo perché mi sono fermata alla terza elementare non vuol mica dire che non sarei stata capace di raccontare quello che ho fatto. Cari giornalisti, voi dovreste sapere bene che si scrive meglio quello che si conosce no? O forse voi siete abituati a inventarvi le notizie?? Io ho scritto quello che so, cioè la mia storia, dall’inizio alla fine. Ed è una materia che conosco bene direi. Dopo quasi trent’anni che sono in prigione siete ancora qui a chiedermi le stesse cose, come se io sono così stupida che adesso mi metto a cambiare versione dei fatti. Ma che figura ci farei?! E poi la gente si ricorda ancora di me, sarebbe proprio meschino adesso dire che le cose sono andate diversamente. Certo, a voi piacerebbe, che siete un branco di sanguisughe, sempre a caccia della notizia bomba. Già mi immagino gli articoli, i titoli dei giornali, che Leonarda Cianciulli, dopo più di vent’otto anni da quei fatti sanguinosi dice finalmente tutta la verità. Ma quale verità poi?? La vostra forse. Mi fate proprio ridere, sul serio però.

Ormai non è un segreto per nessuno che mia madre era stata violentata e che poi sono nata io. Lei non mi voleva e non mi ha mai voluto bene. Ha dovuto pure sposare il suo, come si chiama, il suo stupratore. Poi lui è morto e lei si è rifatta una vita, e ha avuto altri figli. Ma io per lei sono sempre stata la figlia che non voleva, la figlia della violenza. Io poi da bambina sono sempre stata un po’ malaticcia, non stavo bene, e c’è stato un momento che volevo morire. Ho cercato di farla finita diverse volte. Ho cercato di impiccarmi, ma sono arrivati in tempo a salvarmi. Un’altra volta ho anche ingoiato dei pezzi di vetro, ma non è successo niente. Evidentemente il mio destino era un altro.

Mia madre prima di morire, proprio sul letto di morte, mi ha lanciato una maledizione. Che i miei figli sarebbero morti tutti prima di me. Questa è una cosa terribile, una madre che dice una cosa così a sua figlia. Eppure è andata così. Io me lo ricordo benissimo. Ce l’ho ancora fisso nella mente come una fotografia. Lei era lì nel letto e mi guardava, e aveva gli occhi quasi chiusi. Poi li ha aperti, ha avuto quasi un sussulto, e ha detto quella frase che non dimenticherò mai. Le sue parole mi hanno terrorizzato, allora ho giurato a me stessa che non avrei mai permesso una cosa del genere.

Il fatto è che io non avevo sposato l’uomo che lei voleva. Invece ho fatto di testa mia, e nel 1914 ho sposato Raffaele. Prima siamo andati a stare a Lauria, per una quindicina d’anni. Poi lì nel 1930 è venuto il terremoto. Voi non ve lo potete ricordare ma è stata una cosa terribile, allora abbiamo deciso di trasferirci a Correggio, vicino a Reggio Emilia. Raffaele lavorava al catasto e io ho pensato di mettere su un’attività in proprio. Detto così sembra chissà cosa, ma era un commercio di vestiti e mobili usati. Questo anche grazie al risarcimento dello Stato per le vittime del terremoto. Quei soldi per noi sono stati proprio la manna dal cielo, lo dico proprio sinceramente.

Comunque col passare del tempo la maledizione di mia madre si stava avverando. Voi lo sapete, io ho avuto diciassette gravidanze, e solamente quattro bambini sono sopravvissuti. Ogni volta che sognavo mia madre, uno dei miei figli smetteva di respirare. Questa è una tragedia che chiunque sarebbe andato fuori di matto, ma io dovevo restare lucida. Però nello stesso tempo non potevo neanche stare con le mani in mano, dovevo assolutamente fare qualcosa. Poi nel ’40 io me lo ricordo, c’era il rischio che l’Italia entrava in guerra, e Giuseppe, che è il mio primo figlio che è sopravvissuto, che fino a quel momento si era diciamo salvato dalla maledizione, poteva anche essere chiamato al fronte. Lui in quegli anni lì studiava Lettere a Milano, andava all’università, e io non potevo permettere che lasciava tutto per andare soldato e rischiare la vita, così mi sono informata da certe mie amiche, e poi ho letto anche su dei libri che per salvarlo poteva servire fare qualche sortilegio. Di notte a volte sognavo i miei figli dentro delle bare che una dopo l’altra venivano inghiottite dalla terra nera, era una cosa guarda, terribile. Allora ho studiato bene la situazione, poi fra le altre cose mi intendo anche di cose come gli scongiuri, le carte, la magia, e ho scoperto che potevo riscattare la vita dei miei figli facendo dei sacrifici.

Ma cosa c’avete da ridere, si può sapere?? Ogni tanto uno fa un sorriso così, non lo so, che non mi piace. Se volete state qui e mi ascoltate, sennò ve ne andate. Che mica vi ho chiamati io qui, siete voi che siete voluti venire. Fanno le domande, e poi io parlo, e loro non scrivono niente. Allora scrivete sui vostri quaderni no? Prendete gli appunti, che poi sennò cosa scrivete sul giornale? Voi, mi sa che siete voi che dovete stare dentro in questo manicomio, mica io! Ma ve lo giuro ancora per poco, e poi esco. Che sarebbe anche ora.

Allora ho capito quello che avrei dovuto fare. Al processo non mi hanno creduto, hanno pensato che ho agito solo per i soldi, ma non è vero! Quello di vendere gli abiti e le altre cose è venuto dopo, è stata un’idea che serviva per liberarsi degli oggetti che non servivano più, e allora dopo ho pensato che potevo ricavarci anche qualcosa, ma non era quello il motivo principale. La verità è che io ho fatto tutto per salvare i miei figli, e Giuseppe in modo particolare, che era il primo e poteva rischiare di andare in guerra e io non potevo permetterlo.

Avevo pensato a tutto. Ho chiamato Faustina, che era una mia amica di Correggio che veniva spesso a casa mia così, a fare due chiacchiere. Lei era una donna anziana, quasi non sapeva né leggere né scrivere, ed era sempre stata sola. Però si voleva ancora maritare, non aveva perso le speranze. Allora io le ho detto che un marito gliel’avevo trovato io, giù dalle mie parti. Questo non era vero, era una bugia, però lei ci aveva creduto ed era tutta contenta. Faceva quasi tenerezza tanto che era contenta. Comunque, sta di fatto che quel giorno la invito a casa mia per spiegarle bene i dettagli e anche per altre formalità. Quello era anche il giorno che doveva partire per andare giù a conoscere il suo promesso sposo, quel marito di cui le avevo parlato che però nemmeno esisteva. E infatti era venuta da me tutta truccata e vestita bene, ed era appena stata anche dalla parrucchiera. Che poi la parrucchiera al processo ha pure testimoniato di averla vista entrare nel mio portone. E poi dal mio portone di via Cavour non l’ha vista uscire più, e difatti non è più uscita.

Insomma, quel giorno lì Faustina viene a casa mia e io la faccio accomodare al tavolo. Dato che lei quasi non era capace di scrivere, allora io dovevo dettarle una lettera da spedire alle sue amiche, per spiegare che andava giù al Sud a conoscere quest’uomo che voleva sposarla. E poi già che c’eravamo le ho fatto anche scrivere una delega per poter gestire i suoi beni e nel caso anche venderli e ricavarci qualcosa, che poi gli avrei mandato il ricavato. Così mentre lei scriveva seduta al tavolo, io da dietro mi sono avvicinata e mentre le dicevo le parole da scrivere l’ho colpita con un’accetta, dritta sulla testa, così. Il colpo era molto forte perché certo non potevo permettermi di sbagliare, e lei è crollata subito per terra. Sta di fatto che è morta subito. Allora ho trascinato il corpo in uno stanzino a parte, le ho tagliato le gambe all’altezza delle ginocchia e poi la testa. Poi con una sega l’ho tagliata in diverse parti e il sangue l’ho versato in un catino. Invece il resto del cadavere che avevo fatto a pezzi è finito in un pentolone.

La tecnica per fare il sapone non è così difficile, anzi. Al processo c’era quel medico legale che metteva in dubbio quello che dicevo, che non era possibile fare il sapone come dicevo io, allora mi sono arrabbiata e ho chiesto al giudice di darmi un cadavere dell’obitorio che gli avrei fatto vedere come si faceva, allora hanno lasciato perdere. Sta di fatto che con Faustina ho messo i pezzi del suo corpo a bollire in pentola, insieme a sette chili di soda caustica. Adesso sarebbe un po’ lunga da spiegare bene, ma vi giuro che alla fine viene un bel sapone, delle belle saponette cremose. E difatti siamo andati avanti per un bel po’ di tempo con quel sapone, ce n’era così tanto che ogni tanto lo regalavo anche alle mie vicine.

Invece, per quanto riguarda il sangue che avevo raccolto nel catino, quello l’ho fatto seccare nel forno. Dopo, quando è diventato bello secco l’ho macinato fine. Era venuta come una farina un po’ scura. Allora l’ho mescolata con la farina normale, lo zucchero, un po’ di cioccolato, latte, e due o tre o anche quattro uova adesso non mi ricordo, e poi ho impastato il tutto. Sono venuti fuori un bel po’ di pasticcini, belli croccanti. Li abbiamo mangiati sia io che Giuseppe, ma li ho offerti anche alle mie amiche che in quei giorni mi sono venute a trovare, ed erano proprio di loro gusto, altroché!

Ecco, poi lo sapete com’è andata. La stessa cosa l’ho fatta anche con altre due mie conoscenti. Anzi, ero diventata anche più brava, più come si dice, più coordinata, nei vari passaggi. Virginia è stata l’ultima. Era una donna dolce, in quel caso i pasticcini sono venuti ancora meglio. Con lei ho fatto anche delle torte con la marmellata, e poi a volte ci aggiungevo anche un po’ di vaniglia. Ah, poi quando facevo bollire i pezzi di carne e ossa nel pentolone, che veniva su tutto il grasso in superficie, allora lo tiravo via e lo mettevo da parte a raffreddare, e poi quando diventava denso ci facevo delle candele. Si può dire che non buttavo via niente.

Comunque è proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, come dice il proverbio, e tanto per restare nell’argomento della cucina. Sta di fatto che poi piano piano è venuta fuori tutta la verità, cioè quando la cognata di Virginia si è un po’ insospettita perché non riceveva più sue notizie, e allora ha cominciato a fare delle domande in giro e poi è andata dai carabinieri. Quelli all’inizio non le davano retta, dicevano che non c’erano prove sufficienti, poi però hanno voluto fare una perquisizione a casa mia e sono venuti fuori dei gioielli e anche alcuni abiti delle donne scomparse, quelli che non avevo ancora venduto. Poi hanno trovato anche una dentiera in fondo al pozzo nel cortile, e anche delle ossa umane su in soffitta. Insomma, alla fine ho dovuto dire come stavano le cose, non potevo mica raccontare delle frottole.

Al processo, i giudici hanno tentato di coinvolgere anche Giuseppe, che invece non c’entrava niente. Loro dicevano che una donna come me, cioè una donna bassa e un po’ minuta non avrebbe potuto fare tutto da sola, come sezionare i cadaveri, usare degli strumenti un po’ pesanti e difficili da maneggiare, ma io ero pronta a dimostrare tutto, a rifarlo sotto i loro occhi se necessario. Per me la cosa più importante era tenere fuori i miei figli da tutta questa storia, che loro non ne sapevano nulla. Specialmente Giuseppe, che secondo i giudici mi aveva dato una mano, ma non è vero niente.

Ho sentito dire che fra poco andremo sulla luna. Siamo alla fine degli anni Sessanta, l’uomo va nello spazio, e io sono rinchiusa qui da quasi trent’anni, roba da non credere. Sono molto dispiaciuta per questo, veramente. Il mondo intanto non si è mai fermato, il mondo va sempre avanti, anche se io sono qui dentro da una vita e non ho dato un grande contributo alla società. Scrivetelo pure nel vostro giornale. Mi dispiace un po’ essere qui, lontano dalla vita che c’è di fuori. Ma comunque non manca tanto alla fine della pena che devo scontare. E poi qui nel manicomio criminale di Pozzuoli non si sta poi così male, questo ve lo devo dire. Anche questo scrivetelo sul giornale. Ci sono posti peggiori dove stare in galera penso.

Io non sono matta, lo so che ho fatto delle cose sbagliate. Che poi quelle persone, le mie amiche che ci hanno lasciato le penne, loro non mi avevano fatto niente di male, io lo so benissimo. Difatti la mia non era mica una vendetta per un torto che mi avevano fatto, loro erano delle persone innocenti. Però io l’ho già detto e lo ripeterò finché campo, che la vita dei miei figli era in pericolo, e siccome loro valgono più di qualsiasi altra cosa al mondo, io dovevo fare di tutto per salvarli. Non è che sono qui che mi voglio per forza giustificare, voglio solo spiegare perché sono successe tutte quelle cose. I soldi non c’entrano nulla. Il fatto puro e semplice è che secondo i miei studi quello era il solo modo per avere i miei ragazzi sani e salvi, che quelle creature non hanno colpa di niente, ve lo giuro. E questo è quanto. Loro sono innocenti! Questo pure scrivetelo bene, che poi lo voglio vedere scritto nel vostro giornale, mi raccomando.









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IlFigliuolProdigo

Non mi ricordo, non mi ricordo i giorni precedenti. Però credo che fossero giorni normalissimi. Il fatto che io non abbia un ricordo preciso di quei giorni credo voglia dire che tutto più o meno era nella norma. Nessun brivido particolare, nessun litigio, nessuna brutta notizia. Quei giorni erano anonimi come tutti gli altri. Poi è arrivato il 4 agosto del 1989, ed io ho sparato ai miei genitori e a mio fratello. Quello che è successo quel giorno nella nostra casa di Parma è stato un gesto di follia estrema, un atto che non ha avuto precedenti e che non si è mai più verificato. Le motivazioni che mi hanno portato ad agire in quel modo sono da ricercare unicamente nella mia testa. Trovarle oggi però non è facile, anzi, direi che è praticamente impossibile.

Ho comprato quell’arma, un po’ di tempo prima. Era una Walther calibro 6,35. Non è stata una scelta casuale. E’ un’arma con dei proiettili abbastanza piccoli. Una volta sparati restano dentro il corpo, non fuoriescono dall’altra parte. Il che significa che lo spargimento di sangue è ridotto al minimo. Ovviamente il mio intento era quello di non lasciare tracce, di poter ripulire tutto senza correre il rischio che qualche macchia di sangue potesse sfuggirmi. Ricordo perfettamente che questa cosa, cioè l’acquisto di una pistola con certe caratteristiche, è stato l’unico atto di premeditazione che mi sono concesso. Non ho fatto altri calcoli né progetti. Ho solo atteso il momento propizio.

Il momento è arrivato il giorno prima della partenza per le vacanze. L’intenzione della mia famiglia era quella di partire con il camper e di andare in giro per l’Europa. Tutti insieme, per almeno tre settimane. Mio padre Giuseppe, mia madre Marta, mio fratello Nicola ed io, che sono il maggiore. Ho pensato che in quei giorni sarebbe stato difficile per chiunque sospettare qualcosa, domandarsi il perché della nostra assenza, dato che tutti sapevano che proprio in quelle ore saremmo partiti per le vacanze.

Era la sera del 4 agosto. Potevano essere le nove. Ricordo benissimo la sequenza dei fatti. Ricordo che ero in bagno con la pistola in mano. Sono andato lì a caricarla perché lì nessuno mi avrebbe disturbato. Mio padre stava salendo le scale. A quel punto sono uscito dal bagno, ho chiuso un paio di finestre per evitare che il rumore degli spari potesse sentirsi dalla strada. Poi me lo sono trovato davanti. Io avevo la pistola in mano e lo guardavo in faccia. Anche lui mi guardava, con un’espressione che non riuscirò mai a dimenticare. C’era stupore, c’era assoluta incomprensione, e incredulità, nel trovarsi di fronte il proprio figlio con quell’arma fra le mani. Io non ho detto niente, lui nemmeno. Mi guardava e basta, con quegli occhi strani e ancora inconsapevoli. Ho alzato il braccio verso di lui, e ho sparato due colpi, in rapida successione. Al petto. Lui è caduto all’indietro. E’ andato a sbattere contro la parete. Teneva le braccia aperte, nel goffo tentativo di stare in piedi, di non perdere l’equilibrio. Poi si è accasciato a terra. Adesso toccava a mia madre, che era in casa e doveva aver sentito tutto. Infatti dopo pochi istanti me la sono vista di fronte, anche lei con la stessa espressione che aveva prima mio padre. La sua però si è trasformata subito in terrore. Io avevo ancora la pistola in mano e le ho sparato due volte. Lei è caduta subito, colpita al cuore. In casa è tornato il silenzio. Era un silenzio sinistro, spettrale. Era come se non fosse reale, come se fosse artefatto. A quel punto mi sono seduto su una sedia della cucina e ho aspettato che mio fratello tornasse a casa dal lavoro. Quando è arrivato è successo tutto daccapo, come in una replica televisiva. Ho alzato il braccio verso di lui. Alla fine del mio braccio vedevo la pistola nella mia mano. Ho sentito altri due spari. Mio fratello in quel momento cadeva per terra.

Non avevo mai sentito un silenzio così opprimente in casa nostra. Era pesante come una pietra, come un macigno. Io guardavo tutta la scena, mi guardavo in giro, ma era come se fossi uno spettatore. Vedevo me stesso nell’atto di commettere quei delitti ma non avevo la lucidità, la consapevolezza di quello che stavo facendo. Era come stare davanti a un grande schermo cinematografico, potevo rendermi conto di tutti i dettagli, ma c’era un filtro che mi teneva lontano dalla realtà. Come il vetro di una finestra, che ti separa dal resto del mondo ma te lo fa comunque vedere benissimo. Quel tanto che bastava dal rendermi testimone lucido ma al tempo stesso incosciente della mia responsabilità.

Da quel momento in poi i miei ricordi si fanno un po’ evanescenti. Ho presente ancora la linea temporale dei fatti, ma non sono più fotogrammi precisi fissi nella memoria, sono solo semplici ricordi frutto della logica e della riflessione. Non è più un film che mi scorre davanti agli occhi pieno di particolari, con soggetti in primo e in secondo piano. E’ un grande puzzle che ho rimesso insieme negli anni. All’inizio c’era un grande buco, qualcosa che volevo rimuovere del tutto. Poi, quando la vita ha ripreso piano piano a scorrere normalmente, ogni tanto qualche particolare riemergeva e ritrovava il suo posto. Ci sono voluti anni, ma alla fine il quadro si è quasi completato. In pratica una verità ricostruita.

Ho trasportato i cadaveri di schiena, uno alla volta. Li ho messi sull’auto di mio padre e li ho portati in una discarica lì vicino, a qualche chilometro di distanza. Era notte fonda. Mi ricordo che la discarica era immensa. C’era un cumulo di sabbia piuttosto alto, mi sono nascosto lì dietro e ho iniziato a scavare. Dovevo fare in fretta perché di lì a poco si sarebbe fatto giorno. Ho messo i corpi in una fossa, neanche troppo profonda, e me ne sono andato. Nessuno li ha mai più ritrovati.

Sicuramente ho pensato di depistare un po’ le indagini. Mi sono messo alla guida del camper e sono partito per la Liguria. L’intenzione era quella di arrivare almeno fino in Francia, ma poi ho pensato che se avessero trovato il camper fuori dall’Italia la polizia avrebbe cominciato a cercarmi all’estero. Allora all’altezza di Genova ho cambiato direzione e sono andato verso Milano. Lì ho abbandonato il camper, dalle parti del carcere di san Vittore. Quando è stato ritrovato, poco tempo dopo, mi ricordo che Antonio Di Pietro, che all’epoca non si era ancora dato alla politica ma era uno sconosciuto pubblico ministero di Milano, era stato l’unico a dire che certamente si trattava di una tragedia familiare. I Carretta secondo lui non erano fuggiti all’estero, erano stati uccisi da uno dei due figli, che poi aveva fatto perdere le sue tracce. Allora nessuno gli aveva dato molto credito, ma devo ammettere che aveva visto giusto.

Sono scappato a Londra. Non è stata una vera fuga a dire il vero. Mi sono trasferito lì per viverci. Ho fatto diversi lavori, cose saltuarie. Per fortuna avevo dei contanti e alcuni gioielli di mia madre. Sono stato immerso nell’oblio per nove anni, fino al novembre del ’98, quando un poliziotto inglese mi ha fermato e identificato. Il tutto perché avevo lasciato lo scooter in divieto di sosta. A quei tempi facevo il pony express. Da quel momento è saltato fuori tutto. Mi ricordo che il sostituto procuratore di Parma Brancaccio è venuto a Londra a interrogarmi, ma io gli ho detto che dei miei non sapevo più nulla da diversi anni. La verità l’ho detta invece pochi giorni dopo. Ho confessato spontaneamente davanti alle telecamere di un programma tv. C’è dell’ironia in questa scelta, lo so. E’ una di quelle cose che non riesco a spiegarmi. Sta di fatto che poi sono stato costretto a tornare in Italia per rendere conto alla giustizia di quello che avevo dichiarato in televisione. Non ho aggiunto né tolto dei particolari a quello che avevo già detto in tv, solo che davanti al magistrato quelle stesse parole mi hanno portato a un processo per triplice omicidio. Nel ’99 mi hanno riconosciuto colpevole ma incapace di intendere e volere all’epoca dei fatti.

Sono rimasto per diversi anni in un ospedale psichiatrico. Nel 2004 mi hanno concesso la semilibertà. Poi nel 2006 sono entrato in una comunità di recupero a Forlì e ci sono rimasto fino ad oggi, nel 2009. Sono passati giusto vent’anni da quegli eventi, e in tutto questo tempo ho fatto quello che potevo per ricostruirmi una vita quasi normale. Ho studiato informatica, contabilità. Un paio di lingue straniere. Adesso, quando mi capita di rivedermi nella registrazione di quella puntata alla televisione stento quasi a riconoscermi. Oggi mi sento un uomo tranquillo. Potrei dire un uomo guarito. Allora non era così, allora ero prigioniero di una calma apparente, di un passato che non avevo risolto, con cui non mi ero ancora confrontato. Non avrei potuto continuare a vivere così, facendo finta di niente. Prima o poi sapevo che tutto sarebbe tornato a galla, che avrei dovuto guardare in faccia il mio passato perché ne avevo bisogno per vivere.

Ormai ho perso il conto delle volte che mi hanno chiesto del movente. Perché ho ucciso i miei genitori e mio fratello. Perché. Perché. Ho dichiarato che è stato un atto di follia pura, di follia completa. In quel preciso frangente non ero io ad agire, non ero io a uccidere. Lo prova il fatto che mi hanno dato una specie di infermità mentale, se così posso chiamarla. Ma c’è qualcosa di radicato, qualcosa che si perde nel mio passato di adolescente. C’erano delle cose che non funzionavano nella mia mente, e quelle cose sono andate a scontrarsi con alcuni atteggiamenti di mio padre verso di me. Io mi comportavo in modo strano, devo ammetterlo, ma lui non ha mai cercato di capirmi, di darsi una spiegazione. Lui mi umiliava, e accadeva abbastanza di frequente. Tutto è iniziato nel 1982, quando mi rimproverò per un fatto preciso che non voglio rivelare, e da quel momento in poi i nostri rapporti si sono progressivamente deteriorati. Ora, io non voglio dire che l’omicidio si spiega e tanto meno si giustifica con quei fatti antecedenti, perché rimane un autentico atto di follia, un gesto incomprensibile e direi anche imperdonabile. Ma è altrettanto vero che in quegli anni era germogliata in me una radice di odio profondo, verso mio padre soprattutto, e sono assolutamente convinto che il nostro rapporto era così deteriorato che non avrebbe potuto risolversi in altro modo se non in tragedia.

L’anno scorso ho ottenuto l’eredità della mia famiglia, la stessa famiglia che ho ucciso a colpi di pistola. Questa cosa ha suscitato molte polemiche. Centinaia se non addirittura migliaia di persone si sono indignate per questo, ma io non posso farci nulla. La persona che ha sparato quella sera non ero io. Non ero io in quel momento, l’hanno detto anche i giudici, altrimenti sarei finito in prigione per il resto della vita. So che questa è una cosa difficile da accettare, ma è così. Mi dispiace, forse è vero, davanti alle persone dovrei avere un atteggiamento più umile e remissivo. C’è chi mi giudica arrogante, presuntuoso, ma sono solo me stesso. Sento su di me la colpa di quello che è successo, cosa posso fare di più?

Ho intenzione di mettere in vendita la casa dei miei, perché non me la sento di tornare a vivere là. Ci ricaverò qualcosa, magari non proprio il valore di mercato, ma anche questo rientra nell’ordine delle cose. Lo so che posso sembrare distaccato, o insensibile, ma non è così. Diciamo che è soltanto un’apparenza. C’è una frase che ho letto da qualche parte e che mi sembra una sacrosanta verità. Non trasmettere emozioni non vuol dire affatto non provarle. E su questo c’è qualcuno che è d’accordo con me, son sicuro.









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PensioneEden

Pagherò il mio debito con la giustizia. Lo sto già pagando da tempo. E’ giusto così.

Ho poco più di vent’anni. Ne ho ventitre da scontare. So che ho sbagliato, lo so, ma non è questo che è in discussione. A dire la verità credo che ormai non ci sia più nulla in discussione. Ormai le sentenze sono definitive. La sola cosa che mi fa rabbia è che in tutta questa storia c’è qualcuno più colpevole di me, più responsabile. Qualcuno che all’epoca dei fatti era più cosciente di me di quello che stava succedendo. Eppure oggi sta pagando meno di me, salderà prima il conto. Perché gli hanno addebitato interessi più bassi.

Era il 24 gennaio 2004. Io e Volpe eravamo nella baita di Golasecca, e c’era anche Mariangela, la sua ex. Era stata attirata lì con una scusa, penso per la restituzione di una videocassetta. Abbiamo cenato, tutti e tre insieme, poi non so come ma la situazione è degenerata. Volpe e Mariangela hanno iniziato a litigare. Volpe alzava la voce, lo sentivo dalla cucina. Io ero lì a preparare il caffè. Poi all’improvviso ho sentito gli spari. Non mi ricordo quanti. Lui aveva preso il fucile e aveva fatto fuoco contro di lei. Solo che non era riuscito a ucciderla. Allora ha chiamato Sapone, che è arrivato subito. Mi ricordo che Sapone gridava, era molto alterato. Diceva che eravamo dei buoni a nulla. A Volpe mi ricordo che ha detto che non era nemmeno capace di uccidere una persona. Ma non era quella la questione. Io non mi rendevo conto di quello che mi succedeva intorno. Ero lì e basta. E’ stata la mia sfortuna più grande. Io ero lì ma era come se non ci fossi. Mi ricordo che Sapone ha preso in mano un badile e ha colpito Mariangela diverse volte. Sento ancora nel cervello il rumore metallico del badile contro il suo corpo, contro la sua testa. Sento i lamenti di lei, che aveva avuto la sfortuna di non morire subito. Ad ogni colpo sulla sua testa seguiva un lamento. Poi a un certo punto non si lamentava più, non si muoveva più. Ho sentito ancora un colpo di badile sulla sua testa, poi più nulla. Io non mi reggevo in piedi. Ero lì per sbaglio, è stato tutto un grande sbaglio.

Dopo che Mariangela è morta Sapone ha detto a Volpe di seppellire subito il cadavere e di far sparire la sua macchina nel Ticino. Poi se n’è andato via di corsa, è tornato a casa sua, come se niente fosse. Andrea allora… mi dice di prendere… l’auto di Mariangela, ma io non ce la faccio a guidare, non ce la faccio a spingere… la sua… macchina nel fiume… Era un momento… terribile… Mio Dio… Io non ce la facevo, io non capivo… Mi ricordo che cercavo di guidare, ma non ce la facevo, sentivo che stavo per svenire… Non riuscivo a seguire la strada, lì ci sono un sacco di curve… Alla fine sono andata a sbattere, contro un muretto. Andrea allora mi ricordo che lascia la sua auto, lui… era dietro, mi stava seguendo… Capisce che io non… non ce la faccio a continuare, non ce la faccio, allora prende… prende il mio posto, e porta… la macchina in un parcheggio, lì vicino. E chiede soccorso. Una macchina della polizia si ferma. Lui… gli racconta che eravamo stati… come aggrediti da dei balordi, ma quelli mica… mica ci credono… Capiscono subito che le cose non sono andate così…

Eravamo strafatti di eroina e cocaina. Non dormivamo da un giorno e mezzo. Era un periodo che dormivamo pochissimo e prendevamo un sacco di roba. C’erano momenti in cui la mia mente galleggiava, fluttuava nel vuoto. Ascoltavamo la nostra musica a volume altissimo, sia a casa che quando andavamo in giro in macchina. Era musica dura lo so, ci piaceva molto. Ne ascoltavamo una quantità industriale, ma non vuol dire niente. La gente non capisce che la musica non c’entra niente. Siamo sopravvissuti a noi stessi in un modo che non me lo so spiegare. Comunque… Quella sera io avevo preso parecchia roba e non c’ero con la testa. Non è una giustificazione, è solo un dato di fatto. Io ero lì, ma alla fine era come se fossi quasi in uno stato di incoscienza. Come se fossi presente solo con il corpo. Io non ho alzato un dito contro di lei. Contro Mariangela. Volpe le ha sparato col fucile e Sapone l’ha uccisa con quel badile. Io ero lì, ero lì, ma non l’ho toccata! Non ero nelle condizioni di farlo, e non ero neanche nelle condizioni di difenderla. Ammetto… ecco, ammetto che mi rendevo conto che lei stava morendo, ma in quel momento non mi è passato nemmeno per la mente che forse avrei potuto fare qualcosa per lei, per salvarla. Era come se… come se io sapessi che doveva andare a finire così. Anzi, siccome Sapone voleva che andasse così, doveva andare a finire così. Non si poteva fare diversamente.

Io non sapevo cosa fossero le bestie di Satana. Lo giuro. Non sapevo chi fossero, che cosa facessero. Non le avevo mai sentite nominare. Solo al processo è venuta fuori tutta quella storia. Dei due omicidi precedenti, di Fabio Tollis e Chiara Marino. Era il 1998, io avevo dodici anni e non sapevo niente, non sapevo niente di loro. Ero troppo piccola per conoscerli, per essere del giro. Poi ho conosciuto Andrea Volpe. Avevo solo quindici anni, ero una bambina. Lui era grande, ne aveva dieci più di me. Mi sono innamorata di lui, forse perché era uno un po’ matto. Era strano, stravagante. Poi invece è andato tutto a rotoli. Una lunga e dolce discesa fino alla tragedia. Un’agonia impercettibile. E’ arrivata senza che io me ne accorgessi.

Volpe aveva un carisma affascinante. Invincibile. Questo lo pensavo io che ero cotta, innamorata, ma anche il resto della compagnia non riusciva a dirgli di no. Io comunque delle bestie non sapevo niente. A me bastava stare con lui, e ascoltare quella musica dura. Gli Slayer in particolare, ma anche altri. Il metal lo suonavo, mi piaceva. Mi inebriava, mi caricava. E poi anche gli stupefacenti. In quel periodo abusavamo di varie sostanze, era un periodo di continuo stordimento mentale. Immagini e suoni sempre sfumati, stati cerebrali alterati e confusi, eccitazione e depressione… Sonnambulismo della coscienza.

Ho ancora negli occhi e nelle orecchie il momento della lettura della sentenza. Io ero lì in piedi. Ho sentito che dicevano il mio nome, Elisabetta Ballarin, e poi la condanna. Mi ricordo che è stata come una sassata in piena faccia. Mi sono seduta, ero stordita. Non mi avevano creduta. Per meritare ventitre anni ho pensato che non mi avevano creduta. Hanno creduto a Volpe, che si è visto scontare la pena a vent’anni perché si è mostrato bene agli occhi dei giudici, ha fatto in modo di dare la giusta impressione, collaborare con la giustizia. Io ero presente sul luogo del delitto, sapevo che Mariangela non ne sarebbe uscita viva e in quel momento mi sembrava una cosa addirittura normale, una cosa a cui nessuno si sarebbe potuto sottrarre, perché altrimenti noi avremmo fatto la stessa fine. Io lei non l’ho toccata, non l’ho neanche tenuta ferma. Però sì, io ho partecipato al suo omicidio, anche se era una cosa di cui in quel momento non mi rendevo pienamente conto. Era una cosa che non potevo evitare, né avevo la volontà di farlo.

Non lo so come andrà a finire. Non lo so. Come e dove saremo fra vent’anni. Ma se davvero Volpe merita di uscire di prigione prima di me, come dicono le sentenze, allora vuol dire che le regole umane non hanno funzionato, che quella bilancia che rappresenta la giustizia non ha fatto il suo dovere, non ha compiuto la sua missione. La cosa disarmante, anzi peggio, la mia tragedia personale, che si aggiunge alla morte di Mariangela, è che alla fine di tutta questa storia qualcuno pagherà di meno per ciò che ha fatto, mentre qualcun altro pagherà giustamente per le proprie colpe, e anche un po’ di più, per quelle altrui. E questo non è giusto. Non è giusto e non fa bene a nessuno. A nessuno dico. Così la mia ferita rimane sempre un po’ aperta. Tanto così. Non sanguina più, non brucia di un dolore acuto, ma non riesce più a rimarginarsi. La sento come… sospesa, come vittima di una guarigione incompiuta.

In me c’è una disperazione muta ma profonda, dovuta alla privazione della libertà. Questa può sembrare una cosa ovvia, banale, ma è una cosa a cui fuori di prigione non si pensa mai. Eppure è così evidente… Anche se in carcere ti trattano bene, anche se riesci a scorgere umanità sia nelle guardie che nelle altre detenute, non puoi dimenticare neanche per un istante il fatto che ogni porta qui ha una serratura che funziona, ed è sempre chiusa. Che ci sono delle sbarre per impedirti di uscire, che ci sono mura alte e senza appigli, che ci sono armi cariche, che possono spararti, e anche ucciderti. Il tuo destino è chiuso qui dentro, e sembra sempre che l’aria che respiri sia sul punto di esaurirsi.

Si dice che nella vita bisogna sempre avere un progetto da realizzare, qualcosa che ti spinga ad andare avanti. Questa cosa in prigione è vera anche di più, è vera cento volte tanto. Se non hai un’idea, un obiettivo, e sei anche prigioniero… allora muori dentro. Anzi, sei già morto. La cosa più importante, a cui non devi mai smettere di pensare, è che bisogna continuare a vivere e a sperare in qualcosa, altrimenti la prigionia del corpo diventa anche quella dello spirito, e sei finito. Sei come un fantasma, uno zombie. Non servi a niente e a nessuno, e allora è meglio morire. Io non voglio morire, io ho scelto di vivere, anche qui dentro. Ho scelto di avere una speranza. E’ l’unica cosa che mi può salvare.

Lavoro nella biblioteca del carcere. Leggo tanto. Studio, tutti i giorni. Ho dato la maturità, è andata bene. Poi mi sono iscritta all’università. Parlo con mia mamma, sempre. Le dico tutto. Tutto quello che prima non le dicevo. Ci eravamo perse, e ci siamo ritrovate. Lo so, sto dicendo un sacco di ovvietà, cose che direbbe qualsiasi carcerato in cerca di redenzione. Ma in fondo è così. Tutti, tutti siamo in cerca di redenzione, dal primo all’ultimo. La salvezza, la seconda possibilità… la realizzazione della speranza. E’ il nostro desiderio più grande, il desiderio più grande di qualsiasi uomo o donna sulla faccia della Terra. Il solo desiderio inconscio. Chiudere per sempre con il passato, voltare pagina. Sapere di poterci mettere una pietra sopra anche se sarà sempre una pezza e mai una vera guarigione. Tornare a vivere, a costruire giorno per giorno i nostri giorni. Sentirsi importanti o almeno utili a qualcosa, perché utili a qualcuno sarebbe già una presunzione. Mettere sempre un piede davanti all’altro. Tenere gli occhi bassi, ma lanciare sguardi verso l’orizzonte. Essere umili e coraggiosi. Stringere i denti e sorridere. Volersi bene, o almeno provarci. Stupirsi di essere già contenti così.


Guardo il papà di Mariangela.
Anche lui mi fissa.
Sento qualcosa dentro di me.
So che devo andare da lui.
Mi avvicino.
Dice due o tre parole.
Poche.
Quello che mi dice è forte.
Devastante.
Non lo dirò mai a nessuno.
Sarà sempre scolpito in me.
Vaccinazione sulla mia pelle.









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L’orrore

Sfogliando pigramente i quotidiani alla ricerca di qualche notizia piacevole ( mission impossible: la tragedia vende ! )  cade lo sguardo su due fotografie inquietanti. Nella patria del buongusto, della moda, del design due personaggi pubblici si presentano al mondo con look imbarazzanti: un’anacronistica canotta bianca ( il politico ) e una polo nera che metterebbe in difficoltà anche il fisico di un surfista  ( il super manager ).

Se, come sosteneva Oscar Wilde, solo gli stolti non giudicano dalle apparenze………. siamo proprio messi male!



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LaCarneFaBuonSangue

Domani, 15 aprile 1925, sarò decapitato. Ancora non mi sembra vero. Non mi sembra possibile che stavolta sarà la mia testa a staccarsi dal corpo, e la cosa divertente è che domani tutto avverrà secondo le regole, nel rispetto assoluto della legge. Ma in fondo è giusto così.

Il filosofo e psichiatra Theodor Lessing, uomo acuto e intelligente che ha seguito il mio caso e tutto il processo fin dall’inizio, pubblicherà un libro su di me. E’ la storia del lupo mannaro di Hannover. Sì, mi hanno definito proprio così, forse con un eccesso di fantasia. Lo so che cosa ha scritto il dottor Lessing nel suo libro. Lui crede che io abbia qualche problema a livello mentale, e sinceramente lo credo anch’io. Non lo dico per cercare di assolvermi, per diminuire le mie responsabilità, ma perché mi conosco, e devo ammettere che qualcosa che non funziona c’è davvero nella mia testa. Non è solo per il fatto che sono omosessuale, anche se lo so bene che l’omosessualità è contro la legge, ma è per tutti gli altri reati che ho commesso. Che sono ben più gravi, mi sembra.

Mio padre era un uomo dal carattere molto chiuso, che passava il suo tempo a ubriacarsi nelle osterie. Mia madre aveva sette anni più di lui ed era una donna parecchio autoritaria, che comandava tutti a bacchetta nonostante abbia passato gli ultimi dodici anni della sua vita senza potersi alzare dal letto per via di una forma di invalidità. Mia madre era tutto. La sua voce si sentiva in ogni angolo della casa, e soprattutto nella mia testa. Non so allora che cosa mi è scattato esattamente, ma ho fatto una cosa un po’ strana. A un certo punto ho cominciato a giocare con le bambole. Così, da solo. Mi piaceva coccolarle, parlarci assieme. E poi ogni tanto mi travestivo da donna.

Alla scuola militare ci sono rimasto pochissimo, questo perché non mi trovavo bene per niente, e poi anche per qualche attacco di epilessia. In quel periodo è cominciata la mia carriera criminale, con un tentativo di molestia verso un ragazzino più piccolo di me. Mi hanno rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché ero ritenuto socialmente pericoloso, ma lì non potevo proprio starci, e così sono scappato. Ho commesso furti, rapine. Certo non ne vado fiero, ma dovevo pur campare di qualcosa. Poi è arrivata una condanna dura, la prigione vera. Una di quelle cose che possono stroncarti la vita. Io però mi sono comportato bene, da detenuto modello, così nel 1917 mi hanno concesso la libertà condizionata. Sono perfino diventato informatore per la polizia. Mi presentavo a tutti come un agente in servizio. No, non proprio a tutti. Solo a chi mi interessava sul serio. Specialmente ragazzini. Questo è stato l’inizio della mia discesa agli inferi.

Domani mi tagliano la testa. Mi piacerebbe essere sepolto in mezzo al mercato di Hannover, così la gente si ricorderebbe di me. Fritz Haarmann, il primo omicida di massa. Ma sarebbe quasi un riconoscimento, un monumento alla memoria, che di solito si concede solo agli eroi, a chi ha fatto davvero del bene. Perciò non credo proprio che mi accontenteranno.

La parte più brutta della mia storia inizia nel 1918. A quei tempi mi capitava di bazzicare vicino alla stazione ferroviaria, dove potevo incontrare più facilmente dei ragazzini un po’ alla deriva. Molti non avevano un soldo in tasca, altri non avevano neppure un tetto sopra la testa. Alcuni erano scappati di casa, o addirittura erano orfani. Storie così. Il primo lo incontro in un bar. Si chiama Friedel e ha diciassette anni. Gli chiedo se vuole fare quattro chiacchiere, se gli va di passare del tempo con me. Dopotutto sono un agente di polizia no? Allora andiamo a casa mia. Stiamo un po’ così, facciamo conoscenza, ma ben presto l’atmosfera cambia. Si scalda. Lui non è stupido, capisce subito che sento il bisogno di una intimità vera, di un giovane maschio con cui soddisfare le mie esigenze. Sedare le mie pulsioni. Io ho bisogno di lui. Ho bisogno del suo corpo. Mi basta poco per convincerlo. Mi basta poco per possederlo.

Durante il nostro atto carnale mi avvicino al suo collo, piano piano. Prima lo sfioro appena, come farebbe il più dolce degli amanti. Lo accarezzo con le labbra, poi con la punta della lingua. Nelle mie narici sento il profumo della sua pelle. E’ un profumo che inganna, che inebria. Che stordisce. Mi avvicino ancora di più. Il mio alito caldo sul suo collo. Nella mia testa c’è come un animale selvaggio pronto a scattare. Ecco, uno spasmo improvviso del mio corpo, un colpo di reni più forte, che va a sbattere contro i suoi lombi. E’ un attimo. Azzanno la sua gola. Serro le mascelle. Di più. Ancora di più. Lo stringo forte, in un abbraccio mortale. Lui si contorce. Vorrebbe urlare. Un grido gli rimane soffocato in gola, mentre il suo sangue gorgoglia nella mia bocca. Si irrigidisce. Mugola. Si divincola. Poi, lentamente, i suoi muscoli iniziano a distendersi, sotto di me. Il suo respiro comincia a rallentare. Si affievolisce. Sento la sua vita che si spegne. Mi entra in circolo. Il suo corpo diventa subito pesante fra le mie braccia. Mollo la presa. Lui si accascia sul letto, morto. Il mio sguardo è fisso sulla sua schiena nuda. Lo squarcio nel collo. C’è sangue dappertutto. Sento il suo sapore in bocca. E’ caldo, amaro.

Prendo un caffè, bello forte. Ho bisogno di pensare. Poi vado a recuperare un secchio, una borsa di tela cerata, una di quelle molto resistenti. Un’accetta, alcuni stracci, e coltelli da macellaio. Trascino il corpo del ragazzo sul pavimento e inizio ad aprirgli la pancia. Tiro fuori le viscere e le metto nel secchio. Gli stracci mi servono per asciugare il sangue che si riversa dappertutto. Faccio altri tagli al torace, prendo le costole con le mani e le tiro finché non si staccano dal corpo. Cuore, polmoni, fegato, reni. Tutto va a finire nel secchio. Con l’accetta stacco la testa e le gambe. Adesso viene il lavoro più di fino, perché voglio recuperare tutta la carne disponibile. La metto nella borsa di tela cerata. Taglio anche il suo membro e lo faccio a pezzettini. Mi fa un po’ schifo, ma non posso farne a meno. Il contenuto del secchio e tutte le ossa spolpate vanno a finire nella Leine, il fiume che attraversa Hannover. Invece tutta la carne che sono riuscito a recuperare la vendo ai vicini di casa. E anche i vestiti.

Tutto questo succedeva nel 1918, alla fine della guerra. Vi ricordate come si viveva in quegli anni? Come si sopravviveva? Come si moriva? Io me lo ricordo molto bene. La Germania aveva perso la guerra, con sette milioni di morti. E poi stava per cominciare una crisi economica che avrebbe causato altri milioni di disoccupati. L’inflazione era altissima, con il marco tedesco che praticamente non valeva più niente. Io sono una persona ignorante, e soprattutto non mi intendo di politica, ma ho sentito che quelli che hanno vinto la guerra poi ci hanno anche imposto delle condizioni spaventose, e alla fine siamo finiti sul lastrico. Il mio Paese stava letteralmente morendo di fame. Quando poi hai fame, ma fame davvero, e non hai niente da dare ai tuoi figli, be’ io credo che non ti fai troppe domande. Anzi, non ne fai nessuna. Io in quegli anni avevo della carne a buon prezzo. Tanta carne. A volte addirittura la regalavo, ai miei vicini. E nessuno è mai venuto a chiedermi qualcosa. Perché si moriva di fame.

Sono andato avanti così per un po’ di tempo. Conoscevo dei ragazzini in giro per la città, li portavo a casa mia e dopo aver fatto amicizia li mordevo alla gola. Poi uscivano a pezzi, come vi ho già detto. In questo modo ho aiutato un sacco di persone a sopravvivere in quegli anni. Non voglio dire di essere stato un benefattore, perché molti ragazzini nel frattempo ci hanno rimesso la pelle, ma è pur sempre vero che parecchia gente si è riempita lo stomaco con quella carne, e ha dato da mangiare alla propria famiglia. Senza contare tutti quei vestiti che sono serviti a ripararsi dal freddo. E Dio solo sa com’è utile un cappotto da queste parti, specie in pieno inverno.

Il 17 maggio del ’24 alcuni bambini che stavano giocando vicino al castello di Hannover hanno trovato un teschio umano. Un paio di settimane dopo il fiume Leine ha restituito alcuni pezzi di cadaveri. Devo aver sopravvalutato la sua capacità di smaltimento. Insomma, a quel punto la gente ha cominciato a preoccuparsi. La polizia si è messa a indagare. Stavolta sul serio. Nell’arco di un mese sono saltate fuori altre cinquecento ossa umane, ed è risultato che riguardavano almeno una ventina di cadaveri diversi. Allora si è diffuso il panico.

A questo punto mi sa che ho fatto una mossa un pochino stupida, ma non potevo prevedere le conseguenze. Sono andato alla polizia e ho denunciato un ragazzino. Avevamo litigato alla stazione. Solo che lui di rimando dice che l’ho violentato, così quelli decidono di trattenermi. Qui allora è cominciata tutta una serie di sospetti, di interrogatori, di accertamenti, anche per via di tutti quei cadaveri che erano venuti fuori uno dopo l’altro. Fanno delle perquisizioni a casa mia e trovano gli abiti delle vittime. Una quantità incredibile di indumenti. In un soprabito c’erano ancora i documenti di un ragazzo scomparso due mesi prima, e così mi mettono in prigione.

Il processo per fortuna è durato poco. Solo due settimane. Nessun avvocato decente voleva difendermi, tutti rifiutavano l’incarico, così me ne sono ritrovato uno d’ufficio che aveva solo voglia di andare in pensione. Comunque devo riconoscere che anch’io non mi sono comportato in modo molto astuto. Alcune volte mi sono contraddetto, altre ho aggiunto persino dei dettagli che nessuno poteva sapere all’infuori dell’assassino. Il fatto è che non ne potevo più. Volevo che tutta questa storia finisse al più presto. E per fortuna adesso sta per finire.

Su questo foglio di carta, lo tengo qui nel taschino, ho scritto i nomi di tutti quei ragazzini morti. Alcuni non me li ricordavo nemmeno. I nomi intendo. Li ho segnati qui sopra durante il processo. Friedel è il primo della lista, ed è quello di cui vi ho parlato. Non so perché, ma lui me lo ricordo proprio bene, quasi con affetto direi. Probabilmente me ne sarei anche innamorato se avessimo continuato a frequentarci, ma l’amore alla fine è una brutta cosa, porta sempre sofferenza. Ecco, poi c’è Fritz. Si chiamava come me. Suonava il piano, era un artista. E poi Wilhelm. Roland. E poi Hans, Ernst, Heinrich, Paul, Richard, un altro Wilhelm, Christoph, Heinz. E poi Adolf, un altro Adolf, un altro Ernst, un altro Heinrich, Willi, Hermann, Alfred, un altro Hermann, Robert, un altro Heinz, un altro Fritz. E Friedrich, il più giovane, di undici anni. Poi Frederich, e infine Erich. Sono più di venti. Lo so lo so, non c’è da andarne fieri. E’ che all’epoca non avevo tenuto il conto. Poi il 22 giugno dell’anno scorso finalmente mi hanno arrestato.

Sono stato condannato a ventiquattro pene di morte. Però la testa da tagliare stavolta è solo una. Un sacco di gente adesso si sentirà sollevata. Molti vorrebbero assistere all’esecuzione, e onestamente non posso dargli torto. La mia morte sarà una liberazione, un sollievo. Per me, prima di tutto. Non vedo l’ora. Spero solo che facciano in fretta, non ne posso più di aspettare. E’ la cosa più brutta che ci sia.

Mi spiace che non riuscirò a leggere il libro del dottor Lessing su di me. Poi magari non ci avrei capito niente lo stesso, perché chissà quanti concetti, quante parole difficili. Ma la sua idea di base è abbastanza chiara. In pratica io avrei una specie di malattia sessuale, ma nel cervello, che mi spinge a desiderare la morte dei miei compagni di letto. L’amore poi mi renderebbe tutto ancora più facile. Cioè, la sofferenza fisica della persona amata mi procura un piacere così forte che non riesco più a fermarmi. Io a dire la verità non so se sia proprio così, ma una cosa è certa, e l’ho detto anche al processo. Lo so che sembra incredibile, e infatti non voglio che suoni come una scusa, ma per me è così. A uccidere qualcuno si sente qualcosa dentro che non si può spiegare. Il fatto è che io ci provo gusto, e anche tanto. A berne il sangue poi, quando è ancora caldo, non ne parliamo. Sarò anche un po’ matto, ma non c’è niente da fare. Uccidere qualcuno è più facile quando quel qualcuno lo si ama. Per me è così. Davvero.








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BLACKJACK

Ci sono angoli, curve, e prospettive di questa città, che sembrano di una beltà senza pari. Soprattutto la sera, quando il sole declina verso l’orizzonte, e l’ultimo suo respiro annuncia l’oblio dei nostri sensi. Quando la luce del giorno si riverbera dal punto di fuga, e par quasi che sonnecchi, e sbadigli, prima di coricarsi stancamente sui tetti delle case e le acque del Tamigi. Quando l’ultimo raggio di sole accarezza le ombre lunghe del tramonto, finché la sua luce obliqua dipinge di arancio un cielo mesto e annoiato. Quando tutta Londra, mentre il sole muore lentamente, diventa un quadro sfumato a carboncino. Quando l’emozione e il sentimento si fanno poesia, e nel momento medesimo in cui si fanno poesia raggiungono la vetta del loro splendore e non hanno più bisogno di parole. Quando tutto ciò si avvera, quando tutto ciò alla fine si compie, confesso di rimanere ammutolito e inerte. E come un bambino che tiene fra le mani il suo giocattolo più bello, il più desiderato e al tempo stesso inaspettato, io resto a guardarne, commosso e smarrito, lo spettacolo inconsapevole.

Eccoti lì, mentre solchi stancamente lo stesso tratto di via, mentre ondeggiano i glutei nel movimento ritmico dei fianchi, e come uno spettro di lussuria sorridi all’uomo della strada, e gli strizzi l’occhio, soffermando il tuo sguardo lascivo sul suo viso e nel profondo del suo desiderio. Lo apostrofi così, con parole imparate a memoria, parole che ti dipingono addosso una veste rossa e vuota, come un manichino che la indossa, ma senza vita. A passi muti mi avvicino, nascondendomi dietro le ombre di Whitechapel, e quando ti raggiungo tutto avviene in pochi brevi attimi, senza rumori, senza grida. Solo un gemito soffocato, più di sorpresa che di dolore, perché ho fatto in modo che la tua morte fosse rapida, che la tua anima potesse finalmente liberarsi così, in un istante, e distendere le sue ali verso il cielo e la sua redenzione.

Un taglio alla gola, netto e profondo, fino alle vertebre del collo, fin quasi alla decapitazione. Il sangue, la vita stessa che sgorga, defluisce scura e si allarga, fino a perdersi tutta lungo il marciapiede di Buck’s Row. Di fronte al mattatoio, ironia della sorte. Adesso non respiri più. Incido il tuo ventre molle fino all’inguine. Estraggo il tuo intestino. E’ caldo, quasi gelatinoso al tatto. Scivola tra le mie dita. Lo adagio lentamente in spire concentriche sull’addome aperto, mentre quello che resta del tuo calore si condensa in un alito di fumo che poi evapora tutt’intorno. La lama del coltello procede verso il basso, verso la sorgente stessa della vita, quella che hai osato profanare con mille sordidi amanti, senza vergogna né pudore. Taglio. Seziono. Almeno una decina di volte. Ed ecco, alla fine, copiose ferite ai genitali, peccaminosi e impudichi.

Mi è piaciuto. Sì, lo ammetto. Non è stato solo un atto necessario. Non è stata soltanto la tempestiva risposta a una chiamata interiore, a un dovere ineluttabile. Devo riconoscere, ahimè, che non s’è trattato solo di un gesto meccanico, di chi non può rifiutarsi di agire per un bene più alto. E’ stato un gesto carico di passione, di forte partecipazione emotiva, ed è riuscito a saziarmi, mi ha largamente ripagato dello sforzo e del rischio stesso dell’impresa. Mentre sono qui in questa latrina, a ripulirmi del sangue e dell’odore acre della morte, ripenso a quanto è accaduto stanotte, e mi rendo conto, nudo di fronte alla mia stessa anima, che non mi sarà facile fermarmi. Oggi, 31 agosto 1888, ho superato la linea subdola che distingue l’adempimento del dovere dalla soddisfazione del piacere.

Non avere paura di me, ancora non mi conosci. Cosa ti fa pensare che io sia una minaccia, un pericolo? No, aspetta. Non puoi andartene così. Rifletti un attimo. Dopotutto potrei essere un nuovo cliente, no? Oppure potrei essere un amico, potrei avere bisogno di aiuto. Potresti essere tu ad avere bisogno di aiuto, magari del mio aiuto. Invece no, cerchi di scappare. Cammini piano, poi allunghi il passo. Ti metti a correre. Inseguo il rumore dei tuoi tacchi, inseguo il profumo dei tuoi capelli, a breve distanza. Ormai non posso permetterti di fuggire, ormai è troppo tardi. Pochi istanti fa il tuo sguardo è annegato nel mio, il tempo d’un battito di ciglia, e in quel momento il tuo destino è stato scritto, e ora sta per compiersi. Mentre corri, e ti guardi indietro, i tuoi occhi tradiscono il terrore e il colore stesso della morte. Ti prego, non fare così, non prolungare l’agonia. Non costringermi ad agire d’impulso, senza la giusta premeditazione. Potrei farti male. La mia mano potrebbe tremare, potrebbe non conservare la necessaria precisione, perdere lucidità. Ma tu non mi ascolti, sei una povera sciocca. Una volgare meretrice da quattro soldi. Come ho potuto solo pensare che tu fossi davvero una persona? Una persona intelligente? Come ho potuto pensare che tu ti volessi bene? Ti ho sopravvalutata, lo so. Ho sbagliato. Forse è meglio così, forse è meglio che la tua vita finisca qui. In qualunque modo, ma al più presto.

Odo l’eco delle cronache. Tutti i giornali narrano le mie gesta, aggiungendo particolari licenziosi che alimentano il mio orgoglio e la mia fantasia. Il mio spirito se ne compiace, e s’infiamma, cercando soddisfazioni nel buio della notte.

Il 25 settembre ho scritto al direttore di Scotland Yard. E’ stato un gioco e contemporaneamente un vero atto di sfida, lo ammetto. Ho sentito la necessità di svelarmi un poco, anche soltanto per lettera. Dar voce alla mia ingombrante personalità. E mi sono anche divertito. Ho confessato di aver raccolto un po’ di sangue in una bottiglia di birra. Sangue dell’ultima vittima, di ciò che ne rimaneva. Volevo usarlo come inchiostro, divertirmi a vergare la carta da lettera con i segni indelebili e inequivocabili delle mie azioni, ma non ho considerato il fatto che il sangue rappreso diventa subito denso come colla, quindi inutilizzabile allo scopo. Pazienza. Ma la firma di Jack lo Squartatore, permettetemi di dirlo, è piaciuta proprio a tutti.

La gente comincia ad avere paura sul serio. La paura di chi non sa che fare, non sa dove andare. La paura di non sapere chi può sopraggiungerti alle spalle, all’improvviso, durante la notte. Be’, potete stare tranquilli. Ho iniziato con le prostitute perché sono bersagli facili, sono vittime deboli, e ho intenzione di continuare così. Fidatevi di me. Non mi fermerò finché non mi prenderanno.

Faccio due passi fino a Mitre Square. E’ una sera fredda, che sta per scivolare verso una notte umida e particolarmente buia, senza luna né stelle. La notte migliore per andare a caccia. Ormai non posso più nasconderlo, la mia nobile missione di pulizia sociale si sta trasformando drasticamente in atti di puro edonismo, che trovano legittimazione in motivi prosaici e del tutto effimeri. Non so in quale altro modo spiegare la mia condotta, ma non sento neppure l’obbligo di farlo. Provo una tale soddisfazione fisica in quello che faccio che non mi interessa affatto trovare giustificazioni.

Quel vecchio cocchiere ha rovinato i miei piani. Prima o poi doveva succedere. E’ arrivato nel momento sbagliato e non ho potuto finire il lavoro. Ho lasciato la tua collega a morire in Berner Street, e la cosa non mi piace per niente. Sono rimasto con l’amaro in bocca, come quando il piacere ti viene sottratto all’improvviso e senti la necessità di trovarne subito uno più forte, più intenso, con cui cancellare la frustrazione che ti scorre sotto la pelle. Ecco perché ora è giunto il tuo turno. Stavolta, lo giuro, non è colpa mia.

Cosa credi di fare, lurida puttana?! Pensi di scappare?? Ma guardati, sei solo una vecchia troia!! Una troia di periferia che non ha la decenza di starsene a casa. Ma non ti preoccupare, nessuno sentirà la tua mancanza, puoi giurarci. Dove stai andando?? Dove scappi?? Pensi di fottermi?! Pensi davvero di potermi fottere così?! Non c’è ancora riuscita la polizia!! Quei poveri stupidi non ci sono ancora riusciti, e pensi di farcela tu?? Non è la tua serata fortunata, mi dispiace tanto. Ecco, questo per cominciare, se ti venisse voglia di urlare. Un bel taglio alla gola netto e preciso, per soffocare le tue grida. Finisce così la triste vita di una povera e stupida puttana. Nessuno piangerà la tua scomparsa, questo è sicuro. Con il coltello scendo dritto fino all’inguine. Estraggo lo stomaco, poi l’intestino. Fumano di calore corporeo, a contatto con la fredda notte londinese. Li adagio sulla tua spalla destra. Tagliuzzo il fegato. Asporto il rene sinistro. Recido gli organi genitali. Mi accanisco sul tuo viso, senza tregua. Asporto il naso e il lobo dell’orecchio sinistro. Eseguo numerosi tagli alle labbra, così profondi che si vedono le gengive. Lacero la palpebra dell’occhio destro. Mi porto via qualche souvenir. Così, per prolungare il piacere. Me lo sono meritato.

Dall’inferno

Signore,

vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era molto buono. Potrei mandarvi il coltello insanguinato con cui l’ho tolto se solo aspettate ancora un po’

Firmato

Prendetemi se ci riuscite”.









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