In dubio pro vita
In dubio pro reo è la formula che obbliga il giudice a non condannare se esiste un qualsiasi dubbio di effettiva colpevolezza.
E lo vediamo nei film americani quando il giudice chiede alla giuria un verdetto al di là di ogni ragionevole dubbio.
Insomma, meglio un colpevole in libertà che un innocente in galera o, peggio, sulla sedia elettrica!
Al di là di ogni considerazione questa dovrebbe essere la formula da applicare nel caso di Eluana Englaro dove esiste il dubbio che la donna avesse espresso un desiderio di non ricevere cure quando era nel pieno delle sue facoltà mentali.
Questa certezza non esiste perchè non esiste un documento scritto (e certificato da un’autorità terza come può essere un notaio); ci sono solo le affermazioni del padre che, per altro, dovrebbe essere escluso tassativamente da questa fattispecie, che deve essere decisa dallo Stato basandosi esclusivamente sulle leggi esistenti o che si vogliano fare per regolare questioni simili per il futuro.
Decidere, senza prove dell’effettiva volontà dell’ammalata, è un precedente pericoloso che ci potrebbe riportare alla durezza spartana che esponeva i bambini deformi sul monte Taigeto.
Magari in questo modo avremmo in giro solo belle fighette e palestrati depilati da mandare a sculettare nei salotti TV, ma avremmo buttato un genio come Stephen Hawking, una delle poche menti in grado di capire la bellezza e il senso dell’universo nel quale siamo immersi.
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