UnAranciaAOrologeria
Ohi ohi, miei cari fratellini, a locchiare la mia candida biffa non si direbbe, ma son trascorsi cinquant’anni da quando mister Burgess partorì il mio personaggio, e credetemi, si diede un gran daffare a mescolare un po’ di sana ultraviolenza con tutte quelle pseudoriflessioni sul libero arbitrio, un piccolopoco mielestrazio ma senza dubbio sacrosante, a dire il vero.
Aspettate però che vi racconti per bene.
Tre giorni or sono, mentre mi dedicavo con passione al mio orticello di pensionato, un tirocinante imbrattacarta di un tabloid di provincia ha fatto toc toc alla mia porta.
Il giovanotto, armato di taccuino e dell’eloquio fluente di chi ha studiato con profitto, mi ha chiesto tutto ossequioso di narrargli la prefazio dell’intera novella, a beneficio delle nuove generazioni.
Lì per lì non sono stato entusiasta di dover coniugare i miei verbi al passato remoto, ma dopo averci riflettuto un breve istante ho pensato che sarebbe stato scortese non assecondare la richiesta, davvero ben posta ed educata.
Così ho iniziato a rammentare i bei tempi andati, quelli in cui io e i miei drughi eravamo soltanto sbarbatelli innocenti, digiuni del mondo e delle sue tristezze, e ci apprestavamo a divenir grandi con quelle avventure cinebrivido che poi mi condussero a fare i conti con la giustizia d’Inghilterra.
Ma prima d’esordire col c’era una volta desidero sappiate che in me non alberga alcun rimorso, e da inguaribile romantico ripenso alla mia primavera con un’ombra di malinconia.
“Allora che si fa, eh?”
Ed eravamo tutti lì, annoiati e densi di mestizia a scaldar le sedie del glorioso Korova Milkbar, seduti in un certo modo storto pigro sbadiglioso intorno a un tavolo di legno bianco che portava incisi i nostri nomi, a cercare di risollevar lo spirito dal periodico encefalogramma piatto che ci assaliva il terzo della settimana, tutti e quattro coi fari un po’ spenti sui settanta centilitri dell’etichetta che avevan tentato invano di far decollare la serata.
E c’ero io, cioè Alex, a glutare il mommo di materna memoria miscelato con alcune drogucce in voga a quei tempi, e il vecchio Pete, nell’angolino più buio, e poi Bamba, con la fumogena senza filtro, e infine Georgie, col pizzetto biondo da quarto anno filologico, e state pur certi che a far la somma dei nostri contachilometri si sarebbe raggiunta a fatica la media del quindici.
Eravam seduti lì, stavo a novellarvi, quand’ecco che d’improvviso ci nacque il desiderio d’andar per strada a rovinar la serata di qualche vecchio martino overcinquanta, onesto e pettinato cittadino che dopo qualche bel festone sul truglio bavoso avrebbe sputato i suoi zughi d’oro e ci avrebbe allungato denghi d’elevato taglio per soddisfare le nostre acerbe occorrenze.
E in effetti un prode benefattore lo trovammo subito nei corridoi dell’underground, ma purtroppo fu meno sollecito del previsto a far tintinnare le sue sostanze, tanto che i miei drughi furon costretti a usar pinne e granfie per lasciare al sottoscritto l’onere e l’onore d’assestar l’ultimo petardo atto a confondergli tutto il planetario.
Bastò infine lo scatto di un serramanico per fargli prender la decisione più saggia, e fu così che ottenemmo il necessario a procurarci quell’agognato rosso leggero e frizzosolletico che ci avrebbe garantito almeno sessanta minuti di leggiadro volteggio sulle spalle di tutti gli angeli del paradiso.
Ma quella notte era lunga e ancora giovane, o fratellini.
Ed ecco che al vostro Alex, cioè al sottoscritto, venne in mente di far visita alla vecchia meretrice del quartiere, sudicia matrioska dalle unghie pittate e dai capelli di fieno che senza dubbio alcuno ci avrebbe elargito di sua sponte tutto il denaro contante che possedeva, frutto di svelti diciannove sui suoi reclinabili di velluto color caffelatte.
La locchiammo da lontano, mentre misurava su tacchi dodici un metro quadrato di marciapiede, sempre in attesa che qualche vecchio poldo, tenuto in astinenza da una moglie grassa e frigida, passasse da quelle parti e volesse farsi un giro su una doppia razione di cosce a buccia d’arancia.
Ma voi ben sapete, miei cari fratelli, che tutto ciò che si ottiene troppo facilmente non ha il gusto della conquista e tanto meno della vittoria, ed è per questo motivo che cominciammo per così dire a prenderla alla larga, e quel che avremmo potuto avere in un rapido giro di lancetta lo cogliemmo petalo a petalo, come a sfogliar margherite.
La vecchia s’accorse ben presto che la nostra intenzione non era quella di goder delle sue grazie, neppur gratuitamente, poiché il primo complimento che indirizzammo alla sua beltà fu quello d’incendiarle la parrucca bionda e boccoluta.
La fiamma divampò all’istante, e gioiose lingue di fuoco stavano già per accarezzarle il bel viso quando il vecchio Pete intervenne, liberandola subito dall’aureola luminescente, giacché altrimenti il nostro giocattolo sarebbe diventato in un batter di ciglia un involtino fin troppo cotto per esser gustato come si conviene.
“Ohi ohi, ragazzi, che mi volete fare?” miagolò ella piena di paura, cercando d’impietosirci con quei suoi fari tristi e lacrimosi.
“Non si preoccupi, madame” fui pronto a rassicurarla, e un lesto sgambetto la fece ruzzolare a terra con l’eleganza di un sacco di granturco.
La vecchia, goffa larga rotonda al pari di quei copertoni abbandonati che si locchiano di tanto in tanto ai bordi delle autopiste, s’affannava a cercar di rimettersi in piedi con l’agilità d’una tartaruga a zampe all’aria, ergo mi parve cosa carina ed educata aiutarla a ritrovare la posizione eretta.
“Eh no no, cara signora” dissi con la ciangotta più dolce che le mie qualità di teatrante potessero partorire. “Dovrebbe fare più attenzione, coi brutti incontri che oggigiorno si fanno a ogni piè sospinto”.
“Ma voi… voi… siete voi i malviventi!”
“Oh no, signora bella. Come può offenderci così a cuor leggero? Noi siamo qui a proteggerla, a darle buoni consigli, e se volesse ricompensarci con qualche soldino farebbe soltanto una buona azione, di quelle che aiutano davvero a sentirsi in pace con la coscienza”.
A quei tempi, cari fratellini, era nostra abitudine indossar nerostivali dalla punta seghettata, che rendevan le nostre pinne un’arma oltremodo efficace a far danno col minimo sforzo, e non appena le mie granfie si strinsero attorno al flaccido collo della vecchia bastò qualche calcetto innocente ad aprir falle nel suo apparato circolatorio, che prese subito a rilasciar sangue che era davvero una bellezza.
A quel punto, lo sapete meglio di me, sarebbe stato fin troppo facile approfittare del suo stato di prostrazione assoluta per soddisfare gli istinti più biechi dei lussuriosi lombi, ma quel corpo sfatto gibboso informe avrebbe sedato l’ormone del più focoso toro da monta, e fu così che ci limitammo a rivoltar la vecchia da cima a fondo per alleggerirla della sua moneta.
Era ancora là a gorgogliar lamenti quando due integerrimi soldatini della pubblica sicurezza accorsero a prestarle primari soccorsi, lasciandoci il tempo di dileguarci nel breve spazio d’un secondo.
A due isolati di distanza, col fiato corto e le tasche piene, date le responsabilità di monarca assoluto che mio malgrado mi competevano, ordinai ai miei drughi di tornare alle loro dimore native e di restarvi rintanati, finché le acque del quartiere non si fossero calmate.
E ora che con sincero abbandono mi son fatto sopraffare dai bei ricordi, non posso far altro che compiacermi della nostra forza, d’animo e di corpo, per esser riusciti a sopravvivere in quei tristi tempi, nonostante certe leggi obsolete e restrittive che ci costringevano a lunghi periodi di tedio e inattività.
Ma è pur vero, o cari fratelli che m’ascoltate, che il destino beffardo ti conduce spesso dove tu non sai, e infatti fu così che poco a poco iniziai ad appassionarmi anche ad altri piaceri, forse più tranquilli ma non meno cinebrivido, primo fra tutti quello della sinuosa e virtuosa musica del caro Ludovico van, con la nona sinfonia che ogniqualvolta l’ascoltavo mi esplodeva in orgasmi multipli tutta dentro al planetario.
Emanuele Cislaghi
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