IlPrincipeAzzurro
Il perché è semplice. Ho riletto una vecchia intervista del 2004 quando ancora stavo a Voghera, e che cosa vado a dire al giornalista? O a chi diavolo era. Che uno che si sposa è un coglione. E qui subito prendo il primo punto perché mi son sposato a Rebibbia nel ’79. Poi nell’intervista vado avanti dicendo che se uno dopo divorzia dimostra al mondo cha ha fatto una coglionata. E così siamo già sul due a zero per me, mica male. Ma poi ecco che arriva la libidine, perché affermo candidamente che uno che si risposa è coglione triplo.
Poi a dire il vero nell’intervista sono andato ancora avanti dicendo che se lo fa con la stessa donna non ci sarebbero parole per descriverlo, ma per fortuna fino a lì non ci sono arrivato. Però è vero che nel 2008, quattro anni dopo quella simpatica intervista, effettivamente mi sono risposato, stavolta però con Antonella, e così arriva il terzo punto, guadagnato proprio sul campo, come si dice. Quindi coglione triplo. Non è tombola ma insomma è un bel risultato.
Che poi uno che mi conosce bene, voglio dire uno che mi conosce proprio da vicino, onestamente non credo che direbbe che sono davvero un coglione. Magari ci sono altri aggettivi per descrivermi, anche quelli ben poco lusinghieri. Però se i numeri vogliono dire qualcosa e se vogliamo essere proprio fiscali e attenerci a quello che ho dichiarato nell’intervista allora dovrei definirmi così. Un coglione triplo. Tre punti su quattro non è male.
Ho ammazzato, lo so. Mica per niente sono in galera da una vita. E dovrei star dentro per altre quattro vite. In Italia sono forse il detenuto più vecchio, nel senso di anzianità di servizio. All’inizio in carcere ricevevo circa ottocento lettere al giorno, una cosa da far girare la testa, una cosa che potrebbe anche farti sentire un divo se perdessi di vista solo per un momento il motivo per cui vedi il sole a scacchi, ma è pur sempre popolarità anche questa, anche se non c’è da andarne fieri. Adesso le lettere sono circa dieci alla settimana, e qualcuno scrive ancora con una costanza che mi imbarazza. Qualcuno poi potrebbe chiedersi e chiedermi se c’è una lezione da imparare. Io da insegnare non ho niente, punto. Chi vuole mi osservi e faccia le sue valutazioni.
Una cosa posso dirla, ed è la pura sacrosanta verità. Se un giorno dovesse venire da me un ragazzo a cui ho ucciso il padre gli direi accòmodati, sputami addosso. Va bene così. Sei l’unico creditore che ha diritto di farlo. Ma questo è un conto che non si salda mai. Qui le condanne si misurano in anni, c’è un codice che parla, e ci sono giudici e avvocati. Brutta gente. Però è solo un’illusione. Chi lo dice che le pene sono commisurate alla gravità dei reati? Chi lo dice che per una rapina van bene tre o cinque anni? Poi okay, si stabilisce che la pena è pagata e via. Ma con la vita umana è diverso. Con la vita umana proprio non lo puoi quantificare quando il saldo è a zero. Venti, cinquanta, cent’anni, chi può dire quando hai finito davvero di pagare il conto? Io dico mai. E lo dico io.
Achille Serra ha fatto carriera. Un giorno del ’72 viene in casa mia, pochi giorni dopo una rapina in un supermercato, e coi suoi uomini fa una bella perquisizione. Gli ho detto che se riusciva a incastrarmi gli regalavo il rolex che avevo al polso. Adesso mi viene da sorridere ma neanche tanto. Allora ancora meno. Lui forse nemmeno ci credeva che poteva vincere, e invece gli è andata bene. E’ andata a finire che il maresciallo Oscuri ha trovato dei pezzettini di carta nella spazzatura, un bel puzzle che a rifarlo per bene mi ha mandato dritto dritto in galera. Sembrano leggende metropolitane. Fotografie in bianco e nero. Quelle foto un po’ sfumate, scattate di corsa, pubblicate sul giornale del pomeriggio. Foto della vita di uno che non sai più.
Ormai lo sanno anche i sassi, io sono uno che si infiamma facilmente. Non è una bella cosa lo so, specie perché mi ha procurato un bel po’ di casini, ma purtroppo fa parte del mio carattere. Diciamo che un altro al mio posto, uno più furbo, più diplomatico, avrebbe ottenuto qualcosa di meglio. Per esempio, mettiamo che una guardia giovane giovane, uno sbarbato che vuol fare il duro con me, uno magari un po’ frustrato che ha bisogno di sentirsi forte a strapazzare Vallanzasca, mi dice una cosa qualsiasi con un tono diciamo molto scortese. Ecco, una volta avrebbe rischiato di farsi male, son sincero. Oggi mi fermo prima. Come dire che mi fermo alle parole. E’ questione di far girare il cervello. Un po’ di saggezza spicciola, di istinto di sopravvivenza.
Ho girato decine di prigioni, sono un esperto. Un sacco di gente, di tutti i generi. Molti poi sono ben strani, non sai mai cosa gli sta passando per la testa. Questo rende il tutto un po’ pericoloso. Oggi già di meno, ma venti trent’anni fa la vita era dura anche qui dentro. Direi soprattutto qui dentro. Eppure mi sa che il carcere è lo specchio di quello che c’è fuori. Una volta la società diciamo perbene era ben educata, era rispettosa. La malavita poi aveva un vero codice deontologico. Qualcuno può anche mettersi a ridere ma è così. Oggi tutto è andato un po’ a puttane. Là fuori e anche qui dentro, non so se rendo l’idea.
Francis Turatello è stato un amico. Forse non nel senso che la gente comune dà a questa parola. O forse sì. Dico è stato perché l’hanno fatto fuori in galera trent’anni fa. Una roba brutta, cruenta. Si può dire che ha fatto appena in tempo a farmi da testimone al mio primo matrimonio, quello con Giuliana, nei secoli fedele. Molti non ne hanno capito il senso. Voglio dire, uno che era tuo rivale in affari, che hai cercato di fottere sul campo, poi te lo ritrovi in carcere e va a finire che diventa pure il tuo testimone di nozze. E invece di invecchiare con te in prigione tira le cuoia nel fiore degli anni. Qualcuno direbbe che la vita è proprio strana. Ma io dico che c’è sempre una spiegazione per tutto. A volerla dare.
Delle mie evasioni non parlo quasi mai, anche se c’è chi vorrebbe che gliele raccontassi ogni volta. Tipo una bella fiaba da ascoltare prima di addormentarsi. Beh, in effetti sono il fiore all’occhiello della mia carriera, se posso fare una battuta. Roba da romanzo d’avventura. Ma sul serio.
La donna più importante della mia vita è mia mamma. Me la ricordo bene anche se non la vedo da anni. Una donnina piccola, asciutta, tutta bianca. E’ morta qualche ora fa. Giusto lo stesso giorno di un’altra brutta notizia. Che mi hanno respinto la richiesta di semilibertà. Se n’è andata prima, forse perché non avrebbe sopportato il dispiacere, la delusione. Io invece posso accettare tutto ormai, perché non è più il momento di lottare, e così mi son fermato. Lei invece ha lottato sempre. Ha lottato più di me. Per me. Giusto per dirla tutta, nel 2006 ha scritto al presidente Napolitano e anche al ministro della Giustizia Mastella. Voleva chiedere la grazia per suo figlio. Non l’hanno accontentata. E adesso ha voluto risparmiarsi la notizia della mancata semilibertà. Mamma, hai fatto bene. C’è un momento per tutto. Per esserci. E ci sei sempre stata. E per andarsene. Ed era questo il momento migliore. Poi uno può anche star qui a pensare, a consumarsi di riflessioni sul perché, sul senso di tutto, di tutta questa vita, ma tu hai fatto la scelta più saggia. Che poi secondo me è anche quella più coraggiosa. Nel silenzio, nella dignità della vecchiaia.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi se non ho mai pensato al suicidio. Che poi è un’evasione anche quella no? Un’uscita di scena in grande stile. Ma forse il mio coraggio fin lì non c’arriva. A dire la verità no, non c’ho mai pensato. Anzi, ci ho pensato ma ho scartato l’idea. E poi guarda caso l’avevo detto anche nella famosa intervista che dicevo prima. Quando l’ho riletta mi è tornata in mente quella frase. Che la mia vita è una sconfitta che matura di giorno in giorno. Bella no? E allora mi sembra ovvio, se ha bisogno di maturare non la posso mica ammazzare prima…
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