NessunoTocchiCaino
C’è silenzio, qui.
Un silenzio vero, reale.
Profondo.
E non solo perché non c’è rumore. Tutti quei rumori che Roma produce a qualsiasi ora del giorno e della notte. Perché qui arriverebbero comunque soffusi, ovattati…
Qui il silenzio nasce da dentro. Ti prende tutto.
Solo qui riesco a trovarlo. Specialmente quando non c’è nessuno, come adesso.
Solo pochi raggi opachi che filtrano dai lucernari.
Qualche candela che si consuma in un alone ambrato.
Lo scricchiolio della panca, con questo legno vecchio che si assesta, appena mi ci siedo. Fa sempre lo stesso rumore, lo riconoscerei fra mille…
Eppure neanche qui posso stare davvero solo. La polizia è sempre con me, è la mia ombra. Mi accompagna dappertutto. Anche qui, in chiesa. Oppure al supermercato. O in farmacia. E’ una persecuzione sottile che mi logora lentamente. Come se a 98 anni avessi bisogno davvero di qualcosa che mi logori, che mi porti via un pezzetto di vita, o quello che ne rimane. C’era una persona che si occupava di me, di alcune incombenze, ma ora non è più in grado di farlo per motivi di salute. Così io e l’avvocato Giachini abbiamo chiesto al tribunale militare di sorveglianza di applicare quanto prevede la legge. Solo questo. Articolo 284 del codice di procedura penale. L’istanza è stata accolta. E non è un regalo. E’ la legge. Anche se può sembrare che sia stato concesso dall’alto, per grazia divina.
Sono in stato di detenzione domiciliare presso la casa del mio avvocato, e ogni spostamento deve avvenire con la polizia al seguito. La motivazione ufficiale è la necessità di tutelare la mia incolumità, ma diciamoci la verità, ormai nessuno vuole più prendersela con un centenario, uno che cammina a fatica e quasi mai da solo. Qui adesso Erich Priebke lo conoscono tutti. Tutti mi riconoscono per la strada, ma ormai è come se fossi un fantasma che scivola in silenzio fra la gente. Sono qualcosa di trasparente, qualcosa che si intravede con lo sguardo, giusto un attimo, poi l’occhio va subito oltre, scappa via. Ormai non c’è più nemmeno la curiosità di guardarmi da lontano, di nascosto. Fermarsi e voltarsi non succede più. Vivo un anonimato fatto di nebbia. Sono una figura grigia che si confonde col grigio della città.
Questo servizio di accompagnamento forzato non l’ha deciso il giudice. E’ un vero abuso. Mascherato dalla necessità di tutelarmi. Alla mia età nessuno si è mai sognato di ritenermi socialmente pericoloso. Non c’è alcuna possibilità di reiterare il reato commesso. La mia condotta è sempre stata irreprensibile, fuori e dentro il carcere. Non mi sono mai considerato una vittima del sistema o della società. Non mi sono mai lasciato condizionare dalla sindrome del giustificazionismo a oltranza. Mi sono assunto tutte le mie responsabilità. E anche se certi conformisti benpensanti si indignano, anche se a qualcuno piace gridare allo scandalo, io sono qui a difendere sulla mia pelle il concetto stesso di giustizia.
Le Fosse Ardeatine. Il mio destino si è compiuto lì, il 24 marzo 1944. Quello è stato il bivio che ha cambiato in modo radicale tutta la mia vita. Abbiamo ucciso 335 italiani, dieci per ogni soldato tedesco morto il giorno prima nell’attentato di via Rasella. Cinque vittime in più, un errore dovuto alla fretta. Li abbiamo uccisi come atto di rappresaglia, un’esecuzione voluta da Hitler in persona. Io ho eseguito l’ordine. Non ero spinto da un sentimento d’odio o di rancore. Ho ucciso perché mi è stato ordinato. Ero in guerra, eravamo tutti in guerra. Non ho mai ucciso prima di allora e non ho mai più dovuto uccidere in seguito, Dio mi è testimone. Quando ho ricevuto l’ordine dal Supremo Comando ho pensato ad Alice, mia moglie, e ai nostri due bambini, di due e quattro anni. Ho pensato a cosa sarebbe stato di noi se mi fossi rifiutato di fare il mio dovere.
Oggi sono tutti in grado di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. La storia ha espresso il suo giudizio, ha emesso le sue sentenze. Sarebbe fin troppo facile per me alzare il dito contro coloro che oggi mi guardano e mi condannano senza sapere davvero. Persone che pensano, che riflettono, che manifestano tutta la loro scienza e coscienza davanti alla Bibbia o al codice penale. Persone che hanno sempre vissuto in tempo di pace. Che la guerra non l’hanno mai vista né subita. Sarebbe troppo facile per me guardare costoro e dileggiarli. Compatirli, di rimando. Hanno la fortuna di essere nati oggi, quando i giochi ormai sono fatti, quando si può ragionare, quando già si sa dove sta la ragione. Quando si può prendere posizione senza rischiare nulla per sé e per la propria famiglia. Signori, sappiate che davanti a voi io non abbasserò mai lo sguardo. Ci confrontiamo ad armi pari. La saggezza a posteriori è la più grande comodità del giorno d’oggi.
Le vittime e i loro familiari, molti dei quali oggi ancora viventi, hanno tutto il mio rispetto. Tutto quello che è avvenuto in guerra, compreso il tragico massacro delle Ardeatine, che mi ha visto protagonista, è un male assoluto che non dovrà mai più ripetersi. Può suonare strano, o addirittura stucchevole, ma sono profondamente dispiaciuto per quello che è accaduto. Centinaia di persone sono morte quel giorno, e da quel giorno la mia vita si è macchiata del loro sangue. Ciononostante, posso anche farmi carico di tutte le mie colpe, l’ho già fatto, ma non posso essere ipocrita. Pur nel dolore quotidiano della mia coscienza, non posso mentire alle mie vittime e ai loro familiari. Non posso mentire a me stesso. E anche se può sembrare aberrante o addirittura disumano, non posso scusarmi per quello che è avvenuto. In quel preciso momento obbedire agli ordini era l’unica cosa possibile. In quel preciso momento obbedire agli ordini era l’unica cosa che un uomo normale, né santo né eroe, avrebbe potuto fare.
Il caro ministro Flick, l’ex ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, si è accanito contro di me. Ha fatto bene. Ha fatto il suo dovere. Anzi, molto di più. Ha ordinato il mio arresto in tribunale, dimostrando così il proprio spregio verso il principio fondamentale della distinzione dei poteri. Nell’Italia del rispetto delle istituzioni, nell’Italia garantista, nell’Italia Paese civile e Stato di Diritto, il potere esecutivo ha influenzato in modo inequivocabile il potere giudiziario, dimostrando che la magistratura non è affatto libera né indipendente nell’esercizio delle sue funzioni.
Il caro ministro Flick ha taciuto fino al 1992 una bella storia familiare. Nel ’44, mentre prestavo servizio a Brescia, ho avuto modo di conoscere un simpatico sottotenente che ad Anzio aveva manifestato tutto il suo fervore nazionalsocialista contrastando con ogni mezzo lo sbarco alleato, e per questi meriti era stato decorato con la croce di ferro di seconda classe. Aveva combattuto contro i partigiani e mi aveva parlato dei suoi problemi di coscienza per alcune condanne a morte decise dal tribunale di Verona. Questo giovane soldato era Massimo Flick, zio dell’ex ministro. Una parentela un po’ scomoda, che non era saggio divulgare. Almeno fino alla sua morte.
Nel ’41 ho fatto un viaggio al seguito di Benito Mussolini. Il Duce doveva incontrare Hitler presso una stazione ferroviaria vicino al fronte orientale. Suo figlio Bruno era deceduto poco tempo prima a causa di un incidente aereo. Ricordo il suo viso cupo, chiuso in un dolore acuto ma riservato. Appena vide il Fuehrer il suo volto si rasserenò, come se avesse davvero bisogno di avere vicino qualcuno che lo sostenesse. Come se avesse riconosciuto in lui lo sguardo rassicurante di un amico vero. I soldati italiani accolsero il Duce con un trasporto e una spontaneità che non avevo mai visto prima di allora. Nel momento del dolore per la morte del figlio, Mussolini era investito da una tempesta di commozione che gestiva con difficoltà. Eppure dall’esterno sembrava un soffio di emotività pacata, sincera, lontanissima dai meccanismi della politica. Solo chi era lì vicino poteva rendersene conto. Io c’ero, e non dimenticherò mai l’intensità di quel momento. L’umanità di un istante, sciolto nella retorica delle parole. Una goccia nel mare, ma di colore diverso.
Due sono le cose che mi fanno più soffrire. La prima, non in ordine di importanza, è la menzogna, la mistificazione della verità. Un atto sadico, ponderato, freddo e astuto, al quale si sono esercitati molti giornalisti e falsi testimoni. Più malvagio di una condanna all’ergastolo, perché se la detenzione a vita può rientrare nella logica della vendetta, o anche soltanto della punizione esemplare, l’alterazione dei fatti, la manipolazione della realtà è un atto vigliacco, privo di qualsiasi dignità o autorevolezza. Ma non sono rimasto a guardare. Ho intentato diverse cause civili contro questi signori, e finora sono riuscito a ottenere una decina di condanne per diffamazione. La giustizia è un lago torbido e burrascoso. E’ molto difficile stare a galla, ma almeno hai la certezza che anche i tuoi nemici sono in balìa delle stesse acque.
L’altra cosa che mi fa più soffrire, la prima in assoluto, è la mancanza di Alice, mia moglie. Ci siamo conosciuti quando avevamo entrambi tredici anni, e da allora abbiamo vissuto l’uno i giorni dell’altra, ogni giorno della nostra vita. Dopo la Germania e l’Italia, l’Argentina. Là ho fatto il lavapiatti, poi il cameriere. Per molti anni abbiamo avuto un negozio di generi alimentari. Ma l’attività più edificante, quella più umana e profonda, che ci ha permesso di rinascere, di dare un senso vero e nuovo alla nostra vita, è stato l’impegno sociale, per cercare di migliorare le condizioni di tutti quei giovani che alle spalle avevano una guerra e davanti una storia da costruire. La mia estradizione ha bruscamente interrotto tutto questo. Sono stato catapultato in una realtà completamente diversa. Mi sono dovuto confrontare con la giustizia italiana. Va bene così. Accetto il mio destino perché l’ho sempre fatto e perché sono sicuro che alla fine tutto abbia un senso, e uno scopo.
Vado avanti così, lungo un sentiero che vedo già tracciato, ma seguo delle orme calcate solo in parte. Non posso cambiare la via della condanna, c’è un percorso di vita ormai ineluttabile che mi sono costruito passo dopo passo, e non avrebbe senso deviarlo in modo radicale, perché ormai è giusto che io sia qui a pagare il mio debito. Il mio debito con la storia, prima ancora che con ciascuna delle singole vittime che affollano la mia coscienza. Eppure non voglio subire tutto senza reagire. Senza lottare. Anche questo fa parte del mio destino, anzi, è la natura stessa del mio destino. E’ sempre stato così. Lungo il percorso già segnato del resto della mia vita non posso permettere che tutto sia deciso da altri. Non posso subire passivamente ogni singolo atto contro la mia persona solo per fedeltà al principio della colpa e della pena. Ci sono cose che vanno combattute. Idee che vanno difese. Fino alla morte.
Non voglio sconti né condoni. Non voglio favori. Non voglio gesti di tolleranza né atti di benevolenza. Non voglio sorrisi di commiserazione. Non voglio più nulla. Desidero solo tranquillità. Non so se sarà possibile.
Alice se n’è andata sette anni fa. Penso a lei ogni minuto. Chi è arrivato alla mia età e ha condiviso tutto con la stessa donna sa di cosa parlo. Non so quanto tempo ancora ci separi, ma so che un giorno, quando la nostra esperienza terrena sarà giunta al termine, quando finalmente avremo smesso di lottare contro nemici veri e presunti, la distanza del corpo si dissolverà come quella del cuore. Sarà l’ultimo atto, ma per la prima volta non costerà fatica.
C’è silenzio, qui.
Un silenzio vero, reale.
Profondo.
Qualcosa che ti afferra dentro e ti rivolta, che lascia libero sfogo a parole sommesse, a idee sfumate.
Un silenzio violento, assordante, che riesce a strappare… non so… la brutta copia di un monologo interiore. Quasi una confessione, una di quelle fatte da soli, senza sacerdote.
Emozioni vecchie, incrostate sulla coscienza, che se non venissi qui a tirarle fuori resterebbero intrappolate sotto strati di parole, concetti, rancori…
La messa è finita.
Tre preghiere prima di uscire.
La polizia fino a casa, con la solita discrezione.
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