LaFestaDelPapà
“Buongiorno, sono Josef Fritzl! Ma non c’è bisogno di presentarmi, sono famoso in tutto il mondo”. Ho detto così ai due giornalisti della Bild che sono venuti a trovarmi qui a Stein per la prima intervista dopo la mia condanna. Ammetto che con loro mi sono un po’ divertito, ma non credo che se ne siano accorti. Anche perché il confine tra la realtà e la mia verità è piuttosto sottile, tanto che anch’io il più delle volte faccio fatica a riconoscerlo. Oggi comunque mi sento in forma e soprattutto in vena di chiacchierare, così ho deciso di raccontarvi la storia delle mie famiglie.
Quand’ero piccolo mia madre mi picchiava. Ecco, adesso qualcuno già inizierà a dire che sto mettendo le mani avanti. E allora? Meglio metterle avanti che altrove, no? Okay, lasciamo stare le battute. Dicevo che lei mi picchiava, mi umiliava. Da parte sua non c’è mai stata una sola manifestazione d’affetto nei miei confronti. La domenica andavamo a messa, e per quello che posso ricordarmi era l’unica cosa che facevamo insieme a quei tempi. Per il resto erano solo maltrattamenti e un gran senso di solitudine. Poi, quando ho compiuto dodici anni, le ho detto che se avesse continuato a picchiarmi avrei cominciato a difendermi sul serio, e così ha smesso. La verità è che mia madre non mi voleva, non mi ha mai voluto. Mia madre non mi ha mai amato. E’ buffo, perché senza neanche saperlo mi ha insegnato che si deve voler bene ai figli. Io ne ho avuti tanti. E li amo tutti. Sono carne della mia carne, sangue del mio sangue. C’è un po’ di ironia in tutto questo, me ne rendo conto, ma vi giuro che è così.
Elisabeth è nata l’8 aprile 1966. La luce della mia vita. Era fresca e profumata come una rosa. Qualcuno dice che i neonati hanno un cattivo odore, che puzzano di latte, o cose così. La verità è che sono l’unica ragione di vita per i loro genitori. A chi non viene spontaneo prenderli in braccio? E non sto parlando di quei cinque minuti in cui piace a chiunque spupazzarseli un po’. Dopotutto sembrano dei giocattoli, bamboline dalla pelle morbida e vellutata, che viene voglia di baciare e mordicchiare dappertutto. No, sto dicendo di amarli, di prendersene cura fino a quando diventano grandi, con le gioie e i dolori che questo comporta. Con Elisabeth è andata così. Le ho voluto un bene immenso fin dall’inizio, tanto che poi l’amore è cresciuto con il tempo, si è sublimato. Non la vedevo più come una figlia ma direi come una compagna, e sentivo ancora di più il bisogno di proteggerla, di salvarla dai pericoli a cui poteva andare incontro. Chi ha dei figli sa di cosa parlo. Fuori di casa ci sono tentazioni che è quasi impossibile vincere, e in men che non si dica ti trovi nei guai fino al collo. Avevo paura che Elisabeth potesse fare una brutta fine, soprattutto con… certe sostanze che quando le provi poi… insomma, non te ne liberi più. Ai miei tempi certe cose nemmeno esistevano, lo sapete anche voi, così si finisce con l’essere disattenti, impreparati, fino a quando poi il danno diventa irreparabile. No, con lei non poteva andare a finire così. Dovevo salvarla da quel pericolo prima che fosse troppo tardi. Ci ho pensato, credetemi, e non è stato per niente facile. Poi il 24 agosto 1984 ho trovato la soluzione.
C’era una scala, che andava giù. E giù c’era una specie di bunker sotterraneo. Un po’ stretto, a dire la verità. Ma ho fatto in modo che fosse funzionale, che l’ossigeno fosse sufficiente e che ci fossero i servizi igienici. Provvedevo a rifornire il freezer con regolarità, anche se durante il processo Elisabeth ha detto che ha rischiato di morire di fame, ma è successo solamente una volta perché mi sono assentato per un periodo piuttosto lungo, e comunque è stato uno dei pochissimi errori che ho commesso in quei ventiquattro anni. Ogni tanto c’era qualche topo, è vero, ma cercavo di eliminarlo con delle trappole sistemate ad arte un po’ dappertutto. All’inizio Elisabeth ha cercato di scappare, allora ho fatto in modo di scoraggiare i suoi tentativi di fuga con del filo elettrificato e alcuni lucchetti a prova di evasione. Sono un ingegnere, sono una persona precisa. Ero sicuro che in quelle condizioni Elisabeth non avrebbe corso il minimo pericolo, e così è stato.
L’ho toccata la prima volta nel 1985, quando aveva già diciannove anni. L’ho amata veramente, come ha diritto di essere amata una moglie, la compagna di vita. E poi era davvero bella, credetemi. Un vero splendore per gli occhi. Anche oggi è una quarantenne degna di attenzione, ma a vent’anni potete immaginare quanto fosse attraente. Da vero uomo non potevo rimanere insensibile alle sue grazie, così ho lasciato che l’istinto naturale seguisse il suo corso. Da padre avrei dovuto e potuto evitare che accadesse, lo capisco, ma la situazione era davvero particolare, è difficile dare spiegazioni a chi non si trovi a viverla in prima persona. Il nostro rapporto andava aldilà del semplice contratto morale e familiare. Più i giorni passavano e più la Natura chiedeva di essere assecondata, chiedeva di essere appagata. Io ho solo fatto in modo che non trovasse alcuna resistenza.
I nostri incontri non erano mai banali. Non sono mai stati noiosi o anche solo prevedibili. Ogni volta che scendevo nella cantina prendevo spunto da alcune riviste e videocassette. Sapete bene di cosa sto parlando. Durante il processo certi aspetti diciamo pruriginosi della vicenda sono stati messi in bella evidenza, a beneficio degli spettatori e della loro morbosa curiosità. Ovviamente mostravo questo materiale anche a Elisabeth, in modo che potesse donarsi a me senza quei condizionamenti psicologici dovuti al rapporto di parentela. Volevo che nell’atto del congiungimento desse il suo contributo attivo e soprattutto spontaneo, lasciando che la fantasia fosse libera di esprimersi e di alimentare meglio i nostri sensi.
Kerstin è nata nel 1989. La nostra primogenita era vispa e forte. All’inizio temevo che mia moglie Rosemarie potesse sentirne il pianto. E’ incredibile come sono potenti le corde vocali di un lattante, ma fortunatamente al piano superiore non si è mai udito nulla di quello che accadeva sottoterra. Poco tempo prima del parto ho portato a Elisabeth un libro di ostetricia. Volevo che fosse pronta all’evento, che non corresse rischi. Per fortuna è andato tutto bene, senza nessuna complicazione.
Stefan è nato nel 1990. Lisa, Monika e Alexander dal ’92 al ’96. Questi tre fin dall’inizio sono cresciuti con me e mia moglie. Le avevo raccontato che nostra figlia Elisabeth si era aggregata a una setta religiosa e che aveva lasciato i suoi figli davanti alla nostra porta di casa perché li allevassimo. Lei mi ha creduto. Il fatto è che il bunker era un po’ troppo stretto, la mia seconda famiglia stava crescendo, e i nostri figli là sotto non avrebbero avuto lo spazio sufficiente per crescere in modo sano, come era giusto per loro.
Nel ’96 è nato anche Michael, ma lui purtroppo non è stato fortunato. Fin dalla nascita ha avuto seri problemi di respirazione. Elisabeth mi chiedeva, mi supplicava di portarlo da un medico, ma io non sapevo decidermi. Ero confuso, o forse dovrei dire preoccupato all’idea che un elemento estraneo potesse turbare il nostro equilibrio che fin dall’inizio avevo cercato di mantenere con grandi sforzi e sacrifici. Alla fine ho deciso che la cosa più giusta da fare era quella di lasciar andare il piccolo Michael al suo destino, e il destino ha voluto che morisse poco dopo. Ho preso il suo cadavere e l’ho cremato nel forno a legna. Ho sparso le sue ceneri in giardino, nel giardino di casa sua. Sei anni dopo è nato Felix, l’ultimogenito, robusto come i suoi fratelli. Ho preferito lasciarlo con Elisabeth, sapevo che con sua madre sarebbe cresciuto ancora meglio.
Il 19 aprile 2008 è stato l’inizio della fine. Purtroppo. Quel giorno Kerstin, la nostra primogenita, si è sentita male, e dietro le insistenze di Elisabeth ho deciso di portarla in ospedale. Fuori dal nostro nido tutto è precipitato. Il mondo esterno ha dimostrato ancora una volta le sue insidie, il terremoto che può portare nella vita tranquilla delle famiglie. Elisabeth ha parlato. Mi ha tradito. Ha rotto un equilibrio perfetto che io avevo costruito e difeso per ventiquattro anni.
Il processo, che vergogna! Non mi piaceva proprio che la mia faccia venisse ripresa dalle telecamere di mezzo mondo. Apparire sui giornali, alla televisione. Sono sempre stato una persona riservata, quindi potete immaginare quanto potesse darmi fastidio che la mia vita venisse messa alla berlina come le vacche al mercato degli allevatori. Mi coprivo la faccia con uno di quei faldoni da archivio, ma alla lunga risultava anche un po’ scomodo stare per tutto il tempo con quell’affare davanti agli occhi, era una cosa umiliante, così ho lasciato perdere. Ho detto quello che dovevo dire. Ho raccontato la verità. Certo, non mi aspettavo che il mio punto di vista venisse condiviso dalla finta gente perbenista che gironzola in questo porco mondo. Ho semplicemente cercato di difendere la mia dignità di padre e marito devoto.
Il 19 marzo 2009 è arrivata la condanna all’ergastolo. Il giorno della festa del papà, ironia della sorte. Hanno fatto in fretta a giudicarmi. Devono aver avuto le idee molto chiare sin dall’inizio. Provo sempre un po’ di invidia per chi non ha dubbi o incertezze. Ho guardato il giudice, dritto negli occhi. Era una donna. Il magistrato Andrea Humer. Ho ascoltato quello che aveva da dire. Mi hanno riconosciuto colpevole di un sacco di cose. Dunque, se non ricordo male: omicidio, incesto, stupro prolungato, sequestro di persona prolungato plurimo, riduzione in schiavitù, percosse e minacce. E’ un elenco piuttosto lungo, così ho deciso di studiarlo a memoria perché finivo sempre col dimenticare qualche pezzo. Devono essersi proprio divertiti quelli del tribunale, i giudici e tutto il resto della compagnia. Davvero un lavoro coi fiocchi, di gente che ha studiato. Però non hanno trovato neanche una multa non pagata.
Questo è un carcere di massima sicurezza. Non ho quasi nessun contatto con gli altri detenuti. Gente assai poco raccomandabile che avrebbe una gran voglia di divertirsi col mio didietro. Io me ne sto per conto mio, non è poi così male. Cerco di tenermi in forma, faccio un’ora di cyclette tutte le mattine. Una passeggiata all’aria aperta nel pomeriggio. Ho un bel televisore con tanti canali, lo guardo spesso. La mia serie preferita è quella con Charlie Sheen, non so se la conoscete.
Scrivo spesso a Elisabeth. Da quando sono rinchiuso qui le ho mandato molte lettere, ma a quanto pare ha deciso di non rispondermi. Le ho chiesto dei soldi, so che ne ha presi tanti per via di questa storia, e anche per il libro dove ha raccontato tutta la nostra vita. Il fatto è che vorrei studiare legge, seriamente. Potrebbe servirmi molto per la mia difesa. Così potrei uscire di qui molto prima del previsto e tornare da Rosemarie. Sono sicuro che lei mi ama ancora, e poi so che in tutti questi anni mi è sempre stata fedele. Vorrei tornare a casa al più presto per prendermi ancora cura di lei.
Vi piacciono i miei pomodori? E lì ci sono anche dei peperoni. Crescono abbastanza bene, anche se qui la luce non è proprio il massimo. Li coltivo da un po’. La cella è piccola, circa undici metri quadrati, ma sono abituato agli spazi stretti.
Dicono che sono un mostro, ma non sanno nemmeno cosa vuol dire questa parola. La verità, la verità innegabile è che io voglio bene alla mia famiglia, le ho sempre voluto bene. Amo tutti i miei figli, sono i miei tesori. Elisabeth occupa un posto speciale nel mio cuore, forse questo non dovrei dirlo per non far torto a tutti gli altri, ma non posso negarlo perché è vero, e dovreste apprezzare la mia sincerità. Dicono che nella vita bisogna trovare la propria realizzazione personale. Io l’ho trovata nella mia famiglia. Ricca, numerosa. Mi sono occupato di lei ogni giorno e ho cercato di non farle mai mancare niente. Se i miei figli oggi sono sani e forti è anche merito mio, lasciatemelo dire anche con una punta di orgoglio. Se poi questo significa essere matto, come mi dicono in tanti, allora stiamo parlando di lucida follia. Ma è una follia così lucida da essere quasi trasparente.
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