DiciottoCandeline
Quando mi capita di rivedermi nelle foto di quei tempi mi vengono i brividi. Non lo so, forse perché la persona che vedo in quelle foto non sono più io. E’ che faccio proprio fatica a riconoscermi. Sì è vero, sono passati più di trentacinque anni, ma non significa niente. Voglio dire che per me non è solo una questione di età. Ecco, come in questa foto, per esempio. Basta prenderne una a caso. Qui porto i capelli lunghi e un cappottino con il collo di pelliccia. Ho un’espressione fredda. Mi verrebbe da dire inquietante, anche se mi suona strano dirlo di me. Due occhi di ghiaccio. Impenetrabili. Guardo dritto nell’obiettivo della macchina fotografica e sembro sfidare il mondo.
Io e Guido, cioè quello che all’epoca era il mio fidanzato, quella sera andiamo a casa dei miei. Sono circa le nove. La mia famiglia è seduta davanti alla tv, come una qualsiasi ordinaria famiglia italiana che trova svago e soddisfazione nel varietà televisivo in prima serata. Sono tutti lì. Mio padre, mia madre, i miei nonni Romolo e Margherita. E c’è anche mio fratello Paolo, di tredici anni. Iniziamo a parlare così, del più e del meno. Parliamo anche del regalo di nozze, alcuni lingotti d’oro che ci avevano promesso tempo prima. Solo che ora esitano a darceli. Il fatto è che loro non approvano la mia decisione di sposare Guido. Lo considerano fragile, insicuro. Una persona inaffidabile. Il discorso però rimane sul vago, in superficie, forse perché nessuno ha voglia di affrontare seriamente la questione. La tv è accesa. Parla, parla. Quel cubo elettrico di immagini e di suoni appiattisce le povere menti semplici della mia famiglia. Le ipnotizza, le rapisce. Ecco, questo è il momento preciso in cui tutto si compie. Arriva come un fulmine e stravolge le nostre vite. Ma non è imprevisto. E’ calcolato. Ho ancora tutto qui davanti agli occhi. Sono pochi fotogrammi al rallentatore. Una sequenza che ho rivisto migliaia di volte, che si consuma in un attimo ma che dura da una vita.
Il primo a morire è mio padre. Freddato a bruciapelo. Riverso sulla sedia e con la sigaretta in bocca. Mia madre fa solo un passo e cade subito a terra. Poi tocca ai nonni. Uno. Due. In rapidissima successione. Giù come birilli. Manca mio fratello. E’ sotto il tavolo. Si è nascosto ma non servirà a nulla. Sento il battito della sua paura sulla mia pelle. Nel cervello. Il primo lo ferisce soltanto. Poi il colpo di grazia. Diciotto in totale.
Pochi secondi di furia. Non di follia, no. Tutto è fermo. Immobile. C’è un silenzio glaciale. Solo la tv continua a parlare, ma adesso mi sembra una voce lontana, in sottofondo. C’è una nebbia di fumo che galleggia dappertutto. Ha l’aria innocente. Puzza di polvere da sparo. Guardo il cadavere di mio fratello. Usciamo. Il cane dei miei sta abbaiando, ha capito tutto. Viene abbattuto anche lui. Non resta vivo nessuno. E’ la sera del 13 novembre 1975. Un marchio indelebile sui miei primi diciotto anni.
Ci allontaniamo, con calma. Abbiamo bisogno di un alibi. Andiamo a casa di un nostro amico e ci restiamo almeno fino alle undici e mezza. Cerchiamo di comportarci normalmente, e ci riusciamo benissimo. Sono fredda e calma come non lo sono mai stata. Rido. Faccio qualche battuta. Sarà forse l’adrenalina, non lo so, ma riesco a governare dal profondo le mie emozioni. Ho la sensazione di avere il pieno controllo di me stessa. I gesti, le parole. Nelle indagini successive e nelle diverse fasi del processo tutti dichiareranno di averci visti tranquilli e rilassati, di non aver potuto sospettare nulla di quello che era accaduto solo pochi minuti prima.
Il mattino dopo vengono a cercarci. A cercare me, prima di tutto. I carabinieri devono fare il loro dovere. Informarmi dell’avvenuta strage. Ed ecco il mio primo errore. Se i corpi fossero stati scoperti subito, se i carabinieri fossero venuti da me la sera prima, io sarei stata del tutto credibile. Lo so. Il fuoco sotto la cenere avrebbe giocato a mio favore. Ma non è andata così. Il giorno dopo, ironia della sorte, non sono più sostenuta dalla forza della mia responsabilità, della mia colpa. Il giorno dopo ho in corpo una lucidità così spontanea che mi tradisce. La mia reazione alla notizia del massacro è fin troppo composta, controllata. Intuiscono subito che c’è qualcosa che non torna.
A nostra insaputa cominciano a indagare nel sottobosco della mia vita, della mia famiglia. Arrivano le perquisizioni a casa di Guido. Trovano le munizioni. Il bossolo nella sua auto. Ci convocano in questura. Fanno domande, controlli incrociati. Insistono, insinuano. Dopo otto ore di interrogatorio confesso gli omicidi.
Fin dall’inizio del processo ho cercato di difendere Guido dalle accuse di complicità, e per diverso tempo mi sono assunta tutta la responsabilità dei fatti. Ecco il mio secondo errore. Poi ho scoperto che lui al contrario voleva addossarmi tutte le colpe. Allora ho capito e ho deciso che sarebbe stata guerra fra di noi, che non avrei lottato solo contro la giustizia ma anche contro di lui.
Nessuno riuscirà mai a stabilire davvero chi è stato di noi a premere il grilletto. Certo non lo dirò io, dopo tutto questo tempo. Cambierebbe la forma, non la sostanza. La sostanza è che ci hanno condannati entrambi all’ergastolo, perché la perizia psichiatrica ci ha giudicati perfettamente lucidi, del tutto in grado di intendere e volere. Questo non mi ha affatto sorpresa. Sono sempre stata cosciente di quello che stavo facendo, dal momento in cui ho cominciato a progettare il nostro piano al momento stesso in cui lo abbiamo realizzato.
La mia personalità all’epoca dei fatti è risultata egoista, egocentrica, dominatrice. Sessualmente affamata e dedita a comportamenti eticamente discutibili sul piano della morale comune. La morale della provincia vercellese alla metà degli anni Settanta. Oggi alcune cose no, non dico che farebbero sorridere, ma senz’altro verrebbero guardate con una buona dose di indulgenza. Però è altrettanto vero che qualunque comportamento umano va osservato e commentato nel contesto storico in cui è avvenuto. Io ho scelto di agire in un periodo nel quale non potevo illudermi di non essere giudicata anche con una certa morbosità.
In carcere mi sono laureata in architettura.
Nel ’93 ho compiuto altri diciotto anni. Anni di prigione, anni in cui gli unici colori che avevo intorno erano le sfumature di grigio. Poi mi hanno concesso la libertà condizionale. Ho iniziato a lavorare presso la comunità di don Luigi Ciotti. E’ stato il primo passo verso una parvenza di vita normale. Nel 2000 il tribunale mi ha dato l’opportunità di usufruire di maggiore libertà, con l’obbligo di rimanere in casa nelle ore notturne. Oggi, nel 2011, dopo altri diciotto anni e qualche sfumatura di colore, mi sento una donna libera. Quasi del tutto.
Se quello che è successo nel ’75 fosse accaduto oggi ci sarebbe stato un estenuante processo mediatico. Trasmissioni televisive a qualsiasi ora del giorno e della sera. Opinionisti, veri e improvvisati, ma sempre molto telegenici. Libri, giornali, periodici. Psichiatri, psicologi, educatori, sociologi, avvocati. Tutti quanti avrebbero speso milioni di parole su di me. Magari alzando la voce per far alzare anche l’indice di ascolto. Questo fortunatamente mi è stato risparmiato.
Non sono in grado di dare motivazioni di alto livello. Probabilmente se ne possono trovare così tante che nemmeno io le riconoscerei tutte. Quello che so per certo è che ero una ragazza adolescente che ardeva di un fuoco freddo. Bruciavo di insoddisfazione. Avevo cucito addosso un vestito di provincia che mi andava terribilmente stretto. Mi soffocava. E intorno a me, come fosse uno scherzo del destino, avevo una famiglia che si sentiva perfettamente a suo agio in una condizione di assoluta ristrettezza, fisica e mentale.
I miei genitori non hanno avuto nessuna colpa. E’ inutile cercare nei loro comportamenti i segni del mio fallimento. Sono sempre stati persone perbene. Hanno sempre cercato di insegnarmi il valore delle piccole cose. Io però non ero fatta per le piccole cose. Io pensavo in grande. La virtù sta nel mezzo, dice il proverbio. Per me quello stare nel mezzo voleva dire solo vivere nella mediocrità. Volevo di più e volevo di meglio. E quello che ho fatto era il modo più facile e veloce per avere soldi, spazio e libertà.
Il nome di Doretta Graneris non se lo ricorda nessuno. I quarantenni di oggi non mi hanno mai sentita nominare. E’ molto meglio così. Sono nata a Vercelli nel febbraio del 1957. Il mio nome e la mia stessa vita si confondono in quelle terre di provincia dove la dedizione al lavoro e i principi del vivere civile favoriscono l’oblio di qualsiasi storia personale, anche della più curiosa o violenta. Sono indegnamente la capostipite di quelle stragi familiari che fanno molta presa sull’opinione pubblica, che attirano l’attenzione dei mass media, specialmente in Italia. Negli ultimi decenni ho sentito riecheggiare il mio nome accanto a quelli di altri assassini, come Pietro Maso o Erika De Nardo, che hanno ucciso in tempi più recenti. Ma nel frattempo è cambiato quasi tutto. E’ cambiata la gente, e con la gente è cambiato il senso della morale. E’ cambiata anche la percezione del reato e della colpa. A parità di evento, cambia il giudizio popolare. E alla fine, come se fosse una conseguenza inevitabile, cambia anche la condanna penale. So che sembra incredibile, ma neanche poi così tanto.
A diciotto anni mi sentivo come se mi volessero iscrivere in un cerchio da cui sarebbe stato impossibile fuggire. Vedevo qualcuno, senza faccia e senza nome, che con un gessetto di quelli che si usano a scuola per scrivere sulla lavagna disegnava intorno a me una piccola circonferenza. Poi mi diceva con voce candida che non avrei mai potuto scavalcare quel confine. Era il mio recinto. Al solo pensiero mi mancava l’aria per respirare. Mi mancava una vita da vivere. Allora ho pensato, e ho deciso. Tutto calcolato, tutto ponderato nei dettagli. Alla fine ho saltato aldilà del cerchio. Un bel salto a piedi uniti. Un salto che non puoi più tornare indietro. Un salto che indietro non ti lasci più nulla.
Queste di oggi sono le mie ultime parole su questa storia. L’ultimo ricordo della mia vita passata. Ho sentito il bisogno di parlarne ancora una volta, ma solo per metterci sopra la pietra definitiva. Non voglio più sentir parlare di perdono, di riscatto sociale. Non mi interessa. Sono concetti troppo alti, mi stanca solo l’idea. Il mio unico desiderio è essere dimenticata.
Questa nelle foto non sono io. Quello che dicevo, quello che pensavo, quello che facevo e che ho fatto. Questa non sono più io. E non è un modo di dire. Quarant’anni sono sufficienti per cambiare una persona? Non è la domanda giusta. A me sono bastati pochi secondi. La domanda giusta è: si cambia davvero? Non lo so. Però so che la ragazza delle foto non esiste più. Io la conoscevo bene, ma ora se n’è andata per sempre.
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