IlLupoEL’Agnello
E’ andata così.
Il 24 giugno 1995 è una giornata molto calda. Una di quelle giornate in cui non vorresti proprio lavorare. Vorresti dormire, rilassarti. O divertirti. Quando ti diverti, quando lasci libero sfogo alle tue passioni, il tempo passa così velocemente che neanche te ne accorgi. Due bambine giocano per la strada, vicino a un cavalcavia. Hanno otto anni, sono piuttosto piccole. Si divertono con poco. In fatto di giochi non hanno molta fantasia né gusti troppo raffinati. Vogliono attirare l’attenzione delle macchine che passano, fanno grandi cenni di saluto, elargiscono sorrisi. Ridono dei colpi di clacson che ricevono in risposta. Si divertono così. Bernard le nota. Crede che possano piacermi. Le cattura. Me le porta a casa.
Si chiamano Melissa e Julie. Hanno la carnagione chiara e i capelli biondi. Sono molto carine. Le guardo. Sorrido. La mia mano accarezza il loro viso angelico. Cerco di farla sembrare una cosa naturale, ma non sono poi così stupide. Capiscono benissimo che la commedia non può durare a lungo, perché presto si accorgeranno che qui non siamo all’oratorio. Qui non ci sono genitori né insegnanti. Non ci sono giochi. Non c’è nulla, nemmeno la luce. Per qualche giorno rimangono in casa, ma qualcuno da fuori potrebbe notarle, o sentirne anche solo la presenza. Non è un problema, la cella è quasi pronta. E’ piccola e buia. Le trasferisco lì. Nessuno le può vedere. Nessuno potrà mai immaginare che la loro vita è passata di qua.
Finisco in galera. Una questione di furto d’auto, una cosa da poco. Do a Michel la bellezza di cinquantamila franchi per occuparsi delle bambine, ma quando esco di prigione e torno a casa le trovo in pessime condizioni. Sono denutrite. So che molte persone hanno abusato di loro, filmando il tutto con dovizia di particolari, ma forse hanno esagerato. Le bambine muoiono poco dopo. Finiscono in un sacco di plastica, e il sacco va a finire sotto tre metri di terra, nel mio giardino. Bernard, che me le aveva procurate, non mi dà le garanzie che considero indispensabili quando si tratta di lavoretti di questo genere. Ho la sensazione che possa andare a spifferare tutto alla polizia. E’ uno che non ha le palle, non ha la giusta dose di sangue freddo. Non riesco più a fidarmi. Così anche lui va sottoterra a far compagnia alle bambine.
An e Eefje sono completamente diverse. Hanno all’incirca diciotto anni, sono poco più che adolescenti. Sono carne fresca ma più matura. Quel genere di carne che non ha più l’odore dell’infanzia e comincia ad avere un sapore diverso, più adulto e accattivante. Il 23 agosto del ’95, dopo una serata di svago al casinò di Blankenberge, le due ragazze prendono l’autobus per tornare a casa, ma non troveranno mai la via del ritorno. La mia Citroen bianca viene intravista da alcuni testimoni. La fregatura è che la stessa auto era stata segnalata anche in occasione della sparizione delle due bambine. Per mia fortuna, dato che la fortuna è un elemento indispensabile per la buona riuscita di certi piani, la polizia ritiene che la ricerca delle scomparse non sia poi così urgente. I giorni passano in un discreto silenzio, senza che nessuno si preoccupi troppo della sparizione delle ragazze, e noi tutti sappiamo bene quanto possa essere utile lo scorrere lento dell’acqua sotto i ponti per circondare di oblio anche il delitto più efferato.
E’ il 28 maggio ’96. Sabine esce di casa in bicicletta per andare a scuola. Ha dodici anni. Viene avvicinata da un furgone bianco che la farà sparire in pochi secondi. Un testimone fin troppo scrupoloso racconta alla polizia i suoi ricordi di quella mattina. Poco dopo vengono a cercarmi. Sono il proprietario del veicolo. Scoprono che nel lontano 1985 ho violentato altre cinque ragazzine. A onor di cronaca aggiungiamoci anche una cinquantenne di bella presenza. Con lei ho lavorato anche di coltello.
Un mese e mezzo più tardi rapisco Laetitia, una ragazzina di quattordici anni. Il copione è quasi sempre lo stesso, ma a dire la verità comincio a pensare di essere diventato un po’ troppo sentimentale. Un orco dal cuore tenero. Le ragazze reagiscono in modo diverso alle violenze, sembrano preparate ai miei soprusi, ne sono più consapevoli. E’ come se si fossero inviate messaggi subliminali, come se in qualche modo furtivo e a me ignoto avessero condiviso la loro esperienza e questo le avesse rese più forti, disincantate. Ecco perché Sabine e Laetitia riescono a sopravvivere. Solo per questo.
E’ l’alba del 13 agosto 1996 quando vengo arrestato. Ma non soffro di solitudine. Anche mia moglie Michelle finisce dietro le sbarre. E’ stata mia complice fin dall’inizio, e mi ha fatto compagnia per buona parte del mio ergastolo. Proprio in questi giorni le hanno concesso la libertà condizionata, dopo aver scontato metà di quei trent’anni che hanno contribuito al nostro divorzio.
Il colore bianco mi è sempre piaciuto. E’ il colore della purezza, dell’assenza di colpa. Il colore della luce assoluta. Anzi, è luce assoluta senza colore. E’ il colore senza ombre, senza interpretazioni, senza sfumature. E’ il colore della mia vita. Il colore delle mie case, dei miei veicoli, di tutte le cose che mi piacciono veramente. Il bianco è il mio colore. Il bianco sono io.
Sabine.
La sento, nel buio. Là nell’angolo, in fondo alla cella.
Gli altri dietro di me. Hanno il coltello e la videocamera.
Accendo la luce.
La guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Sa cosa deve fare, come deve comportarsi. Deve fare la brava. Obbedire come la più educata delle bambine.
Ci avviciniamo. Passi leggeri come foglie.
Lei è lì, immobile. Indifferente. Non tradisce emozioni, nemmeno l’ombra della rassegnazione, non più. Tutto è come deve essere, semplicemente perfetto.
Vogliamo la sua migliore interpretazione, lei lo sa.
Passione e sottomissione.
Comincia a muoversi, piano.
Così…
Non ha bisogno di suggerimenti, non ha bisogno di ordini o di minacce. E’ un’attrice consumata. Sa perfettamente cosa fare, e come farlo. Non ha intenzione di esasperarmi o anche solo di contraddirmi.
E’ la bambina migliore del mondo.
Da vicino sento il battito del suo cuore che cresce, nel suo piccolo petto. Ormai la conosco bene. Quello che un tempo era l’odore della sua paura diventa magicamente qualcos’altro.
Eccola immolarsi sull’altare del nostro piacere.
Respiriamo insieme. Moriamo insieme. Il nostro gemito si spegne, nel silenzio.
Lei torna piccola. Torna bambina.
E’ ora di fare buio di nuovo.
La mia è la storia del secolo. Non sono un tipo vanitoso, non sono in cerca di gloria. La verità è molto semplice. Il fatto è che il mostro di Marcinelle non è una persona. Non è un serial killer furbo e meticoloso, né un pedofilo violento e sanguinario. Non si tratta solo di una vicenda di rapimenti, di violenze, di stupri e di omicidi. Sarebbe troppo semplice vederla così. Anzi, sarebbe comodo. Questa è la storia del secolo perché il mostro di Marcinelle sono tante persone, credetemi. Non lo potete neanche immaginare quante sono. E soprattutto non potete immaginare chi sono.
Tutto ha inizio alla fine degli anni Settanta, forse anche prima. I personaggi coinvolti vengono da Paesi diversi, hanno alti incarichi istituzionali. Alcuni portano corone in testa, hanno titoli nobiliari. Altri portano la pistola e il distintivo. Altri ancora medaglie al valore. Tutti questi sono gli innominabili. E c’è un bel muro di gomma che li protegge. Li proteggerà per sempre. Fino a quando nessuno si ricorderà più di questa storia, fino a quando tutti i protagonisti saranno diventati cibo per i vermi. Io lo dico spesso, la terra nasconde bene i corpi, ma c’è una sabbia speciale che nasconde tutto, anche l’odore del marcio. Perché è un odore che nessuno vuole sentire.
Adesso l’avete capito. Avete capito perché a me viene da ridere quando la gente dice che il mostro di Marcinelle era un elettricista malato di mente. Qui la follia non c’entra nulla. In tutta questa storia non c’è un solo fottuto grammo di follia. Questo è il punto fondamentale. Io sono qui in gattabuia e ci resterò fino alla fine dei miei giorni, ma sopra di me c’è un’organizzazione di insospettabili. Gente potente, che non si sporca mai le mani. Gente che in mano ha le sorti del mondo, capace di ucciderti mentre ti augura buona giornata, e lo fa con il sorriso sulle labbra. Gente… invisibile. Praticamente tutto il contrario di me. Però c’è una cosa che abbiamo in comune. Gli stessi gusti in fatto di femmine. E una gran voglia di divertirci, di tanto in tanto.
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