BLACKJACK
Ci sono angoli, curve, e prospettive di questa città, che sembrano di una beltà senza pari. Soprattutto la sera, quando il sole declina verso l’orizzonte, e l’ultimo suo respiro annuncia l’oblio dei nostri sensi. Quando la luce del giorno si riverbera dal punto di fuga, e par quasi che sonnecchi, e sbadigli, prima di coricarsi stancamente sui tetti delle case e le acque del Tamigi. Quando l’ultimo raggio di sole accarezza le ombre lunghe del tramonto, finché la sua luce obliqua dipinge di arancio un cielo mesto e annoiato. Quando tutta Londra, mentre il sole muore lentamente, diventa un quadro sfumato a carboncino. Quando l’emozione e il sentimento si fanno poesia, e nel momento medesimo in cui si fanno poesia raggiungono la vetta del loro splendore e non hanno più bisogno di parole. Quando tutto ciò si avvera, quando tutto ciò alla fine si compie, confesso di rimanere ammutolito e inerte. E come un bambino che tiene fra le mani il suo giocattolo più bello, il più desiderato e al tempo stesso inaspettato, io resto a guardarne, commosso e smarrito, lo spettacolo inconsapevole.
Eccoti lì, mentre solchi stancamente lo stesso tratto di via, mentre ondeggiano i glutei nel movimento ritmico dei fianchi, e come uno spettro di lussuria sorridi all’uomo della strada, e gli strizzi l’occhio, soffermando il tuo sguardo lascivo sul suo viso e nel profondo del suo desiderio. Lo apostrofi così, con parole imparate a memoria, parole che ti dipingono addosso una veste rossa e vuota, come un manichino che la indossa, ma senza vita. A passi muti mi avvicino, nascondendomi dietro le ombre di Whitechapel, e quando ti raggiungo tutto avviene in pochi brevi attimi, senza rumori, senza grida. Solo un gemito soffocato, più di sorpresa che di dolore, perché ho fatto in modo che la tua morte fosse rapida, che la tua anima potesse finalmente liberarsi così, in un istante, e distendere le sue ali verso il cielo e la sua redenzione.
Un taglio alla gola, netto e profondo, fino alle vertebre del collo, fin quasi alla decapitazione. Il sangue, la vita stessa che sgorga, defluisce scura e si allarga, fino a perdersi tutta lungo il marciapiede di Buck’s Row. Di fronte al mattatoio, ironia della sorte. Adesso non respiri più. Incido il tuo ventre molle fino all’inguine. Estraggo il tuo intestino. E’ caldo, quasi gelatinoso al tatto. Scivola tra le mie dita. Lo adagio lentamente in spire concentriche sull’addome aperto, mentre quello che resta del tuo calore si condensa in un alito di fumo che poi evapora tutt’intorno. La lama del coltello procede verso il basso, verso la sorgente stessa della vita, quella che hai osato profanare con mille sordidi amanti, senza vergogna né pudore. Taglio. Seziono. Almeno una decina di volte. Ed ecco, alla fine, copiose ferite ai genitali, peccaminosi e impudichi.
Mi è piaciuto. Sì, lo ammetto. Non è stato solo un atto necessario. Non è stata soltanto la tempestiva risposta a una chiamata interiore, a un dovere ineluttabile. Devo riconoscere, ahimè, che non s’è trattato solo di un gesto meccanico, di chi non può rifiutarsi di agire per un bene più alto. E’ stato un gesto carico di passione, di forte partecipazione emotiva, ed è riuscito a saziarmi, mi ha largamente ripagato dello sforzo e del rischio stesso dell’impresa. Mentre sono qui in questa latrina, a ripulirmi del sangue e dell’odore acre della morte, ripenso a quanto è accaduto stanotte, e mi rendo conto, nudo di fronte alla mia stessa anima, che non mi sarà facile fermarmi. Oggi, 31 agosto 1888, ho superato la linea subdola che distingue l’adempimento del dovere dalla soddisfazione del piacere.
Non avere paura di me, ancora non mi conosci. Cosa ti fa pensare che io sia una minaccia, un pericolo? No, aspetta. Non puoi andartene così. Rifletti un attimo. Dopotutto potrei essere un nuovo cliente, no? Oppure potrei essere un amico, potrei avere bisogno di aiuto. Potresti essere tu ad avere bisogno di aiuto, magari del mio aiuto. Invece no, cerchi di scappare. Cammini piano, poi allunghi il passo. Ti metti a correre. Inseguo il rumore dei tuoi tacchi, inseguo il profumo dei tuoi capelli, a breve distanza. Ormai non posso permetterti di fuggire, ormai è troppo tardi. Pochi istanti fa il tuo sguardo è annegato nel mio, il tempo d’un battito di ciglia, e in quel momento il tuo destino è stato scritto, e ora sta per compiersi. Mentre corri, e ti guardi indietro, i tuoi occhi tradiscono il terrore e il colore stesso della morte. Ti prego, non fare così, non prolungare l’agonia. Non costringermi ad agire d’impulso, senza la giusta premeditazione. Potrei farti male. La mia mano potrebbe tremare, potrebbe non conservare la necessaria precisione, perdere lucidità. Ma tu non mi ascolti, sei una povera sciocca. Una volgare meretrice da quattro soldi. Come ho potuto solo pensare che tu fossi davvero una persona? Una persona intelligente? Come ho potuto pensare che tu ti volessi bene? Ti ho sopravvalutata, lo so. Ho sbagliato. Forse è meglio così, forse è meglio che la tua vita finisca qui. In qualunque modo, ma al più presto.
Odo l’eco delle cronache. Tutti i giornali narrano le mie gesta, aggiungendo particolari licenziosi che alimentano il mio orgoglio e la mia fantasia. Il mio spirito se ne compiace, e s’infiamma, cercando soddisfazioni nel buio della notte.
Il 25 settembre ho scritto al direttore di Scotland Yard. E’ stato un gioco e contemporaneamente un vero atto di sfida, lo ammetto. Ho sentito la necessità di svelarmi un poco, anche soltanto per lettera. Dar voce alla mia ingombrante personalità. E mi sono anche divertito. Ho confessato di aver raccolto un po’ di sangue in una bottiglia di birra. Sangue dell’ultima vittima, di ciò che ne rimaneva. Volevo usarlo come inchiostro, divertirmi a vergare la carta da lettera con i segni indelebili e inequivocabili delle mie azioni, ma non ho considerato il fatto che il sangue rappreso diventa subito denso come colla, quindi inutilizzabile allo scopo. Pazienza. Ma la firma di Jack lo Squartatore, permettetemi di dirlo, è piaciuta proprio a tutti.
La gente comincia ad avere paura sul serio. La paura di chi non sa che fare, non sa dove andare. La paura di non sapere chi può sopraggiungerti alle spalle, all’improvviso, durante la notte. Be’, potete stare tranquilli. Ho iniziato con le prostitute perché sono bersagli facili, sono vittime deboli, e ho intenzione di continuare così. Fidatevi di me. Non mi fermerò finché non mi prenderanno.
Faccio due passi fino a Mitre Square. E’ una sera fredda, che sta per scivolare verso una notte umida e particolarmente buia, senza luna né stelle. La notte migliore per andare a caccia. Ormai non posso più nasconderlo, la mia nobile missione di pulizia sociale si sta trasformando drasticamente in atti di puro edonismo, che trovano legittimazione in motivi prosaici e del tutto effimeri. Non so in quale altro modo spiegare la mia condotta, ma non sento neppure l’obbligo di farlo. Provo una tale soddisfazione fisica in quello che faccio che non mi interessa affatto trovare giustificazioni.
Quel vecchio cocchiere ha rovinato i miei piani. Prima o poi doveva succedere. E’ arrivato nel momento sbagliato e non ho potuto finire il lavoro. Ho lasciato la tua collega a morire in Berner Street, e la cosa non mi piace per niente. Sono rimasto con l’amaro in bocca, come quando il piacere ti viene sottratto all’improvviso e senti la necessità di trovarne subito uno più forte, più intenso, con cui cancellare la frustrazione che ti scorre sotto la pelle. Ecco perché ora è giunto il tuo turno. Stavolta, lo giuro, non è colpa mia.
Cosa credi di fare, lurida puttana?! Pensi di scappare?? Ma guardati, sei solo una vecchia troia!! Una troia di periferia che non ha la decenza di starsene a casa. Ma non ti preoccupare, nessuno sentirà la tua mancanza, puoi giurarci. Dove stai andando?? Dove scappi?? Pensi di fottermi?! Pensi davvero di potermi fottere così?! Non c’è ancora riuscita la polizia!! Quei poveri stupidi non ci sono ancora riusciti, e pensi di farcela tu?? Non è la tua serata fortunata, mi dispiace tanto. Ecco, questo per cominciare, se ti venisse voglia di urlare. Un bel taglio alla gola netto e preciso, per soffocare le tue grida. Finisce così la triste vita di una povera e stupida puttana. Nessuno piangerà la tua scomparsa, questo è sicuro. Con il coltello scendo dritto fino all’inguine. Estraggo lo stomaco, poi l’intestino. Fumano di calore corporeo, a contatto con la fredda notte londinese. Li adagio sulla tua spalla destra. Tagliuzzo il fegato. Asporto il rene sinistro. Recido gli organi genitali. Mi accanisco sul tuo viso, senza tregua. Asporto il naso e il lobo dell’orecchio sinistro. Eseguo numerosi tagli alle labbra, così profondi che si vedono le gengive. Lacero la palpebra dell’occhio destro. Mi porto via qualche souvenir. Così, per prolungare il piacere. Me lo sono meritato.
“Dall’inferno
Signore,
vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era molto buono. Potrei mandarvi il coltello insanguinato con cui l’ho tolto se solo aspettate ancora un po’
Firmato
Prendetemi se ci riuscite”.
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