LaCarneFaBuonSangue
Il filosofo e psichiatra Theodor Lessing, uomo acuto e intelligente che ha seguito il mio caso e tutto il processo fin dall’inizio, pubblicherà un libro su di me. E’ la storia del lupo mannaro di Hannover. Sì, mi hanno definito proprio così, forse con un eccesso di fantasia. Lo so che cosa ha scritto il dottor Lessing nel suo libro. Lui crede che io abbia qualche problema a livello mentale, e sinceramente lo credo anch’io. Non lo dico per cercare di assolvermi, per diminuire le mie responsabilità, ma perché mi conosco, e devo ammettere che qualcosa che non funziona c’è davvero nella mia testa. Non è solo per il fatto che sono omosessuale, anche se lo so bene che l’omosessualità è contro la legge, ma è per tutti gli altri reati che ho commesso. Che sono ben più gravi, mi sembra.
Mio padre era un uomo dal carattere molto chiuso, che passava il suo tempo a ubriacarsi nelle osterie. Mia madre aveva sette anni più di lui ed era una donna parecchio autoritaria, che comandava tutti a bacchetta nonostante abbia passato gli ultimi dodici anni della sua vita senza potersi alzare dal letto per via di una forma di invalidità. Mia madre era tutto. La sua voce si sentiva in ogni angolo della casa, e soprattutto nella mia testa. Non so allora che cosa mi è scattato esattamente, ma ho fatto una cosa un po’ strana. A un certo punto ho cominciato a giocare con le bambole. Così, da solo. Mi piaceva coccolarle, parlarci assieme. E poi ogni tanto mi travestivo da donna.
Alla scuola militare ci sono rimasto pochissimo, questo perché non mi trovavo bene per niente, e poi anche per qualche attacco di epilessia. In quel periodo è cominciata la mia carriera criminale, con un tentativo di molestia verso un ragazzino più piccolo di me. Mi hanno rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché ero ritenuto socialmente pericoloso, ma lì non potevo proprio starci, e così sono scappato. Ho commesso furti, rapine. Certo non ne vado fiero, ma dovevo pur campare di qualcosa. Poi è arrivata una condanna dura, la prigione vera. Una di quelle cose che possono stroncarti la vita. Io però mi sono comportato bene, da detenuto modello, così nel 1917 mi hanno concesso la libertà condizionata. Sono perfino diventato informatore per la polizia. Mi presentavo a tutti come un agente in servizio. No, non proprio a tutti. Solo a chi mi interessava sul serio. Specialmente ragazzini. Questo è stato l’inizio della mia discesa agli inferi.
Domani mi tagliano la testa. Mi piacerebbe essere sepolto in mezzo al mercato di Hannover, così la gente si ricorderebbe di me. Fritz Haarmann, il primo omicida di massa. Ma sarebbe quasi un riconoscimento, un monumento alla memoria, che di solito si concede solo agli eroi, a chi ha fatto davvero del bene. Perciò non credo proprio che mi accontenteranno.
La parte più brutta della mia storia inizia nel 1918. A quei tempi mi capitava di bazzicare vicino alla stazione ferroviaria, dove potevo incontrare più facilmente dei ragazzini un po’ alla deriva. Molti non avevano un soldo in tasca, altri non avevano neppure un tetto sopra la testa. Alcuni erano scappati di casa, o addirittura erano orfani. Storie così. Il primo lo incontro in un bar. Si chiama Friedel e ha diciassette anni. Gli chiedo se vuole fare quattro chiacchiere, se gli va di passare del tempo con me. Dopotutto sono un agente di polizia no? Allora andiamo a casa mia. Stiamo un po’ così, facciamo conoscenza, ma ben presto l’atmosfera cambia. Si scalda. Lui non è stupido, capisce subito che sento il bisogno di una intimità vera, di un giovane maschio con cui soddisfare le mie esigenze. Sedare le mie pulsioni. Io ho bisogno di lui. Ho bisogno del suo corpo. Mi basta poco per convincerlo. Mi basta poco per possederlo.
Durante il nostro atto carnale mi avvicino al suo collo, piano piano. Prima lo sfioro appena, come farebbe il più dolce degli amanti. Lo accarezzo con le labbra, poi con la punta della lingua. Nelle mie narici sento il profumo della sua pelle. E’ un profumo che inganna, che inebria. Che stordisce. Mi avvicino ancora di più. Il mio alito caldo sul suo collo. Nella mia testa c’è come un animale selvaggio pronto a scattare. Ecco, uno spasmo improvviso del mio corpo, un colpo di reni più forte, che va a sbattere contro i suoi lombi. E’ un attimo. Azzanno la sua gola. Serro le mascelle. Di più. Ancora di più. Lo stringo forte, in un abbraccio mortale. Lui si contorce. Vorrebbe urlare. Un grido gli rimane soffocato in gola, mentre il suo sangue gorgoglia nella mia bocca. Si irrigidisce. Mugola. Si divincola. Poi, lentamente, i suoi muscoli iniziano a distendersi, sotto di me. Il suo respiro comincia a rallentare. Si affievolisce. Sento la sua vita che si spegne. Mi entra in circolo. Il suo corpo diventa subito pesante fra le mie braccia. Mollo la presa. Lui si accascia sul letto, morto. Il mio sguardo è fisso sulla sua schiena nuda. Lo squarcio nel collo. C’è sangue dappertutto. Sento il suo sapore in bocca. E’ caldo, amaro.
Prendo un caffè, bello forte. Ho bisogno di pensare. Poi vado a recuperare un secchio, una borsa di tela cerata, una di quelle molto resistenti. Un’accetta, alcuni stracci, e coltelli da macellaio. Trascino il corpo del ragazzo sul pavimento e inizio ad aprirgli la pancia. Tiro fuori le viscere e le metto nel secchio. Gli stracci mi servono per asciugare il sangue che si riversa dappertutto. Faccio altri tagli al torace, prendo le costole con le mani e le tiro finché non si staccano dal corpo. Cuore, polmoni, fegato, reni. Tutto va a finire nel secchio. Con l’accetta stacco la testa e le gambe. Adesso viene il lavoro più di fino, perché voglio recuperare tutta la carne disponibile. La metto nella borsa di tela cerata. Taglio anche il suo membro e lo faccio a pezzettini. Mi fa un po’ schifo, ma non posso farne a meno. Il contenuto del secchio e tutte le ossa spolpate vanno a finire nella Leine, il fiume che attraversa Hannover. Invece tutta la carne che sono riuscito a recuperare la vendo ai vicini di casa. E anche i vestiti.
Tutto questo succedeva nel 1918, alla fine della guerra. Vi ricordate come si viveva in quegli anni? Come si sopravviveva? Come si moriva? Io me lo ricordo molto bene. La Germania aveva perso la guerra, con sette milioni di morti. E poi stava per cominciare una crisi economica che avrebbe causato altri milioni di disoccupati. L’inflazione era altissima, con il marco tedesco che praticamente non valeva più niente. Io sono una persona ignorante, e soprattutto non mi intendo di politica, ma ho sentito che quelli che hanno vinto la guerra poi ci hanno anche imposto delle condizioni spaventose, e alla fine siamo finiti sul lastrico. Il mio Paese stava letteralmente morendo di fame. Quando poi hai fame, ma fame davvero, e non hai niente da dare ai tuoi figli, be’ io credo che non ti fai troppe domande. Anzi, non ne fai nessuna. Io in quegli anni avevo della carne a buon prezzo. Tanta carne. A volte addirittura la regalavo, ai miei vicini. E nessuno è mai venuto a chiedermi qualcosa. Perché si moriva di fame.
Sono andato avanti così per un po’ di tempo. Conoscevo dei ragazzini in giro per la città, li portavo a casa mia e dopo aver fatto amicizia li mordevo alla gola. Poi uscivano a pezzi, come vi ho già detto. In questo modo ho aiutato un sacco di persone a sopravvivere in quegli anni. Non voglio dire di essere stato un benefattore, perché molti ragazzini nel frattempo ci hanno rimesso la pelle, ma è pur sempre vero che parecchia gente si è riempita lo stomaco con quella carne, e ha dato da mangiare alla propria famiglia. Senza contare tutti quei vestiti che sono serviti a ripararsi dal freddo. E Dio solo sa com’è utile un cappotto da queste parti, specie in pieno inverno.
Il 17 maggio del ’24 alcuni bambini che stavano giocando vicino al castello di Hannover hanno trovato un teschio umano. Un paio di settimane dopo il fiume Leine ha restituito alcuni pezzi di cadaveri. Devo aver sopravvalutato la sua capacità di smaltimento. Insomma, a quel punto la gente ha cominciato a preoccuparsi. La polizia si è messa a indagare. Stavolta sul serio. Nell’arco di un mese sono saltate fuori altre cinquecento ossa umane, ed è risultato che riguardavano almeno una ventina di cadaveri diversi. Allora si è diffuso il panico.
A questo punto mi sa che ho fatto una mossa un pochino stupida, ma non potevo prevedere le conseguenze. Sono andato alla polizia e ho denunciato un ragazzino. Avevamo litigato alla stazione. Solo che lui di rimando dice che l’ho violentato, così quelli decidono di trattenermi. Qui allora è cominciata tutta una serie di sospetti, di interrogatori, di accertamenti, anche per via di tutti quei cadaveri che erano venuti fuori uno dopo l’altro. Fanno delle perquisizioni a casa mia e trovano gli abiti delle vittime. Una quantità incredibile di indumenti. In un soprabito c’erano ancora i documenti di un ragazzo scomparso due mesi prima, e così mi mettono in prigione.
Il processo per fortuna è durato poco. Solo due settimane. Nessun avvocato decente voleva difendermi, tutti rifiutavano l’incarico, così me ne sono ritrovato uno d’ufficio che aveva solo voglia di andare in pensione. Comunque devo riconoscere che anch’io non mi sono comportato in modo molto astuto. Alcune volte mi sono contraddetto, altre ho aggiunto persino dei dettagli che nessuno poteva sapere all’infuori dell’assassino. Il fatto è che non ne potevo più. Volevo che tutta questa storia finisse al più presto. E per fortuna adesso sta per finire.
Su questo foglio di carta, lo tengo qui nel taschino, ho scritto i nomi di tutti quei ragazzini morti. Alcuni non me li ricordavo nemmeno. I nomi intendo. Li ho segnati qui sopra durante il processo. Friedel è il primo della lista, ed è quello di cui vi ho parlato. Non so perché, ma lui me lo ricordo proprio bene, quasi con affetto direi. Probabilmente me ne sarei anche innamorato se avessimo continuato a frequentarci, ma l’amore alla fine è una brutta cosa, porta sempre sofferenza. Ecco, poi c’è Fritz. Si chiamava come me. Suonava il piano, era un artista. E poi Wilhelm. Roland. E poi Hans, Ernst, Heinrich, Paul, Richard, un altro Wilhelm, Christoph, Heinz. E poi Adolf, un altro Adolf, un altro Ernst, un altro Heinrich, Willi, Hermann, Alfred, un altro Hermann, Robert, un altro Heinz, un altro Fritz. E Friedrich, il più giovane, di undici anni. Poi Frederich, e infine Erich. Sono più di venti. Lo so lo so, non c’è da andarne fieri. E’ che all’epoca non avevo tenuto il conto. Poi il 22 giugno dell’anno scorso finalmente mi hanno arrestato.
Sono stato condannato a ventiquattro pene di morte. Però la testa da tagliare stavolta è solo una. Un sacco di gente adesso si sentirà sollevata. Molti vorrebbero assistere all’esecuzione, e onestamente non posso dargli torto. La mia morte sarà una liberazione, un sollievo. Per me, prima di tutto. Non vedo l’ora. Spero solo che facciano in fretta, non ne posso più di aspettare. E’ la cosa più brutta che ci sia.
Mi spiace che non riuscirò a leggere il libro del dottor Lessing su di me. Poi magari non ci avrei capito niente lo stesso, perché chissà quanti concetti, quante parole difficili. Ma la sua idea di base è abbastanza chiara. In pratica io avrei una specie di malattia sessuale, ma nel cervello, che mi spinge a desiderare la morte dei miei compagni di letto. L’amore poi mi renderebbe tutto ancora più facile. Cioè, la sofferenza fisica della persona amata mi procura un piacere così forte che non riesco più a fermarmi. Io a dire la verità non so se sia proprio così, ma una cosa è certa, e l’ho detto anche al processo. Lo so che sembra incredibile, e infatti non voglio che suoni come una scusa, ma per me è così. A uccidere qualcuno si sente qualcosa dentro che non si può spiegare. Il fatto è che io ci provo gusto, e anche tanto. A berne il sangue poi, quando è ancora caldo, non ne parliamo. Sarò anche un po’ matto, ma non c’è niente da fare. Uccidere qualcuno è più facile quando quel qualcuno lo si ama. Per me è così. Davvero.
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