Ho fatto tutto io, e tutto da sola! Quante volte ancora ve lo devo ripetere?! Ho scritto settecento pagine di memorie, e anche su questa cosa avete insinuato che invece le avevano scritte gli avvocati al posto mio. Solo perché mi sono fermata alla terza elementare non vuol mica dire che non sarei stata capace di raccontare quello che ho fatto. Cari giornalisti, voi dovreste sapere bene che si scrive meglio quello che si conosce no? O forse voi siete abituati a inventarvi le notizie?? Io ho scritto quello che so, cioè la mia storia, dall’inizio alla fine. Ed è una materia che conosco bene direi. Dopo quasi trent’anni che sono in prigione siete ancora qui a chiedermi le stesse cose, come se io sono così stupida che adesso mi metto a cambiare versione dei fatti. Ma che figura ci farei?! E poi la gente si ricorda ancora di me, sarebbe proprio meschino adesso dire che le cose sono andate diversamente. Certo, a voi piacerebbe, che siete un branco di sanguisughe, sempre a caccia della notizia bomba. Già mi immagino gli articoli, i titoli dei giornali, che Leonarda Cianciulli, dopo più di vent’otto anni da quei fatti sanguinosi dice finalmente tutta la verità. Ma quale verità poi?? La vostra forse. Mi fate proprio ridere, sul serio però.
Ormai non è un segreto per nessuno che mia madre era stata violentata e che poi sono nata io. Lei non mi voleva e non mi ha mai voluto bene. Ha dovuto pure sposare il suo, come si chiama, il suo stupratore. Poi lui è morto e lei si è rifatta una vita, e ha avuto altri figli. Ma io per lei sono sempre stata la figlia che non voleva, la figlia della violenza. Io poi da bambina sono sempre stata un po’ malaticcia, non stavo bene, e c’è stato un momento che volevo morire. Ho cercato di farla finita diverse volte. Ho cercato di impiccarmi, ma sono arrivati in tempo a salvarmi. Un’altra volta ho anche ingoiato dei pezzi di vetro, ma non è successo niente. Evidentemente il mio destino era un altro.
Mia madre prima di morire, proprio sul letto di morte, mi ha lanciato una maledizione. Che i miei figli sarebbero morti tutti prima di me. Questa è una cosa terribile, una madre che dice una cosa così a sua figlia. Eppure è andata così. Io me lo ricordo benissimo. Ce l’ho ancora fisso nella mente come una fotografia. Lei era lì nel letto e mi guardava, e aveva gli occhi quasi chiusi. Poi li ha aperti, ha avuto quasi un sussulto, e ha detto quella frase che non dimenticherò mai. Le sue parole mi hanno terrorizzato, allora ho giurato a me stessa che non avrei mai permesso una cosa del genere.
Il fatto è che io non avevo sposato l’uomo che lei voleva. Invece ho fatto di testa mia, e nel 1914 ho sposato Raffaele. Prima siamo andati a stare a Lauria, per una quindicina d’anni. Poi lì nel 1930 è venuto il terremoto. Voi non ve lo potete ricordare ma è stata una cosa terribile, allora abbiamo deciso di trasferirci a Correggio, vicino a Reggio Emilia. Raffaele lavorava al catasto e io ho pensato di mettere su un’attività in proprio. Detto così sembra chissà cosa, ma era un commercio di vestiti e mobili usati. Questo anche grazie al risarcimento dello Stato per le vittime del terremoto. Quei soldi per noi sono stati proprio la manna dal cielo, lo dico proprio sinceramente.
Comunque col passare del tempo la maledizione di mia madre si stava avverando. Voi lo sapete, io ho avuto diciassette gravidanze, e solamente quattro bambini sono sopravvissuti. Ogni volta che sognavo mia madre, uno dei miei figli smetteva di respirare. Questa è una tragedia che chiunque sarebbe andato fuori di matto, ma io dovevo restare lucida. Però nello stesso tempo non potevo neanche stare con le mani in mano, dovevo assolutamente fare qualcosa. Poi nel ’40 io me lo ricordo, c’era il rischio che l’Italia entrava in guerra, e Giuseppe, che è il mio primo figlio che è sopravvissuto, che fino a quel momento si era diciamo salvato dalla maledizione, poteva anche essere chiamato al fronte. Lui in quegli anni lì studiava Lettere a Milano, andava all’università, e io non potevo permettere che lasciava tutto per andare soldato e rischiare la vita, così mi sono informata da certe mie amiche, e poi ho letto anche su dei libri che per salvarlo poteva servire fare qualche sortilegio. Di notte a volte sognavo i miei figli dentro delle bare che una dopo l’altra venivano inghiottite dalla terra nera, era una cosa guarda, terribile. Allora ho studiato bene la situazione, poi fra le altre cose mi intendo anche di cose come gli scongiuri, le carte, la magia, e ho scoperto che potevo riscattare la vita dei miei figli facendo dei sacrifici.
Ma cosa c’avete da ridere, si può sapere?? Ogni tanto uno fa un sorriso così, non lo so, che non mi piace. Se volete state qui e mi ascoltate, sennò ve ne andate. Che mica vi ho chiamati io qui, siete voi che siete voluti venire. Fanno le domande, e poi io parlo, e loro non scrivono niente. Allora scrivete sui vostri quaderni no? Prendete gli appunti, che poi sennò cosa scrivete sul giornale? Voi, mi sa che siete voi che dovete stare dentro in questo manicomio, mica io! Ma ve lo giuro ancora per poco, e poi esco. Che sarebbe anche ora.
Allora ho capito quello che avrei dovuto fare. Al processo non mi hanno creduto, hanno pensato che ho agito solo per i soldi, ma non è vero! Quello di vendere gli abiti e le altre cose è venuto dopo, è stata un’idea che serviva per liberarsi degli oggetti che non servivano più, e allora dopo ho pensato che potevo ricavarci anche qualcosa, ma non era quello il motivo principale. La verità è che io ho fatto tutto per salvare i miei figli, e Giuseppe in modo particolare, che era il primo e poteva rischiare di andare in guerra e io non potevo permetterlo.
Avevo pensato a tutto. Ho chiamato Faustina, che era una mia amica di Correggio che veniva spesso a casa mia così, a fare due chiacchiere. Lei era una donna anziana, quasi non sapeva né leggere né scrivere, ed era sempre stata sola. Però si voleva ancora maritare, non aveva perso le speranze. Allora io le ho detto che un marito gliel’avevo trovato io, giù dalle mie parti. Questo non era vero, era una bugia, però lei ci aveva creduto ed era tutta contenta. Faceva quasi tenerezza tanto che era contenta. Comunque, sta di fatto che quel giorno la invito a casa mia per spiegarle bene i dettagli e anche per altre formalità. Quello era anche il giorno che doveva partire per andare giù a conoscere il suo promesso sposo, quel marito di cui le avevo parlato che però nemmeno esisteva. E infatti era venuta da me tutta truccata e vestita bene, ed era appena stata anche dalla parrucchiera. Che poi la parrucchiera al processo ha pure testimoniato di averla vista entrare nel mio portone. E poi dal mio portone di via Cavour non l’ha vista uscire più, e difatti non è più uscita.
Insomma, quel giorno lì Faustina viene a casa mia e io la faccio accomodare al tavolo. Dato che lei quasi non era capace di scrivere, allora io dovevo dettarle una lettera da spedire alle sue amiche, per spiegare che andava giù al Sud a conoscere quest’uomo che voleva sposarla. E poi già che c’eravamo le ho fatto anche scrivere una delega per poter gestire i suoi beni e nel caso anche venderli e ricavarci qualcosa, che poi gli avrei mandato il ricavato. Così mentre lei scriveva seduta al tavolo, io da dietro mi sono avvicinata e mentre le dicevo le parole da scrivere l’ho colpita con un’accetta, dritta sulla testa, così. Il colpo era molto forte perché certo non potevo permettermi di sbagliare, e lei è crollata subito per terra. Sta di fatto che è morta subito. Allora ho trascinato il corpo in uno stanzino a parte, le ho tagliato le gambe all’altezza delle ginocchia e poi la testa. Poi con una sega l’ho tagliata in diverse parti e il sangue l’ho versato in un catino. Invece il resto del cadavere che avevo fatto a pezzi è finito in un pentolone.
La tecnica per fare il sapone non è così difficile, anzi. Al processo c’era quel medico legale che metteva in dubbio quello che dicevo, che non era possibile fare il sapone come dicevo io, allora mi sono arrabbiata e ho chiesto al giudice di darmi un cadavere dell’obitorio che gli avrei fatto vedere come si faceva, allora hanno lasciato perdere. Sta di fatto che con Faustina ho messo i pezzi del suo corpo a bollire in pentola, insieme a sette chili di soda caustica. Adesso sarebbe un po’ lunga da spiegare bene, ma vi giuro che alla fine viene un bel sapone, delle belle saponette cremose. E difatti siamo andati avanti per un bel po’ di tempo con quel sapone, ce n’era così tanto che ogni tanto lo regalavo anche alle mie vicine.
Invece, per quanto riguarda il sangue che avevo raccolto nel catino, quello l’ho fatto seccare nel forno. Dopo, quando è diventato bello secco l’ho macinato fine. Era venuta come una farina un po’ scura. Allora l’ho mescolata con la farina normale, lo zucchero, un po’ di cioccolato, latte, e due o tre o anche quattro uova adesso non mi ricordo, e poi ho impastato il tutto. Sono venuti fuori un bel po’ di pasticcini, belli croccanti. Li abbiamo mangiati sia io che Giuseppe, ma li ho offerti anche alle mie amiche che in quei giorni mi sono venute a trovare, ed erano proprio di loro gusto, altroché!
Ecco, poi lo sapete com’è andata. La stessa cosa l’ho fatta anche con altre due mie conoscenti. Anzi, ero diventata anche più brava, più come si dice, più coordinata, nei vari passaggi. Virginia è stata l’ultima. Era una donna dolce, in quel caso i pasticcini sono venuti ancora meglio. Con lei ho fatto anche delle torte con la marmellata, e poi a volte ci aggiungevo anche un po’ di vaniglia. Ah, poi quando facevo bollire i pezzi di carne e ossa nel pentolone, che veniva su tutto il grasso in superficie, allora lo tiravo via e lo mettevo da parte a raffreddare, e poi quando diventava denso ci facevo delle candele. Si può dire che non buttavo via niente.
Comunque è proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, come dice il proverbio, e tanto per restare nell’argomento della cucina. Sta di fatto che poi piano piano è venuta fuori tutta la verità, cioè quando la cognata di Virginia si è un po’ insospettita perché non riceveva più sue notizie, e allora ha cominciato a fare delle domande in giro e poi è andata dai carabinieri. Quelli all’inizio non le davano retta, dicevano che non c’erano prove sufficienti, poi però hanno voluto fare una perquisizione a casa mia e sono venuti fuori dei gioielli e anche alcuni abiti delle donne scomparse, quelli che non avevo ancora venduto. Poi hanno trovato anche una dentiera in fondo al pozzo nel cortile, e anche delle ossa umane su in soffitta. Insomma, alla fine ho dovuto dire come stavano le cose, non potevo mica raccontare delle frottole.
Al processo, i giudici hanno tentato di coinvolgere anche Giuseppe, che invece non c’entrava niente. Loro dicevano che una donna come me, cioè una donna bassa e un po’ minuta non avrebbe potuto fare tutto da sola, come sezionare i cadaveri, usare degli strumenti un po’ pesanti e difficili da maneggiare, ma io ero pronta a dimostrare tutto, a rifarlo sotto i loro occhi se necessario. Per me la cosa più importante era tenere fuori i miei figli da tutta questa storia, che loro non ne sapevano nulla. Specialmente Giuseppe, che secondo i giudici mi aveva dato una mano, ma non è vero niente.
Ho sentito dire che fra poco andremo sulla luna. Siamo alla fine degli anni Sessanta, l’uomo va nello spazio, e io sono rinchiusa qui da quasi trent’anni, roba da non credere. Sono molto dispiaciuta per questo, veramente. Il mondo intanto non si è mai fermato, il mondo va sempre avanti, anche se io sono qui dentro da una vita e non ho dato un grande contributo alla società. Scrivetelo pure nel vostro giornale. Mi dispiace un po’ essere qui, lontano dalla vita che c’è di fuori. Ma comunque non manca tanto alla fine della pena che devo scontare. E poi qui nel manicomio criminale di Pozzuoli non si sta poi così male, questo ve lo devo dire. Anche questo scrivetelo sul giornale. Ci sono posti peggiori dove stare in galera penso.
Io non sono matta, lo so che ho fatto delle cose sbagliate. Che poi quelle persone, le mie amiche che ci hanno lasciato le penne, loro non mi avevano fatto niente di male, io lo so benissimo. Difatti la mia non era mica una vendetta per un torto che mi avevano fatto, loro erano delle persone innocenti. Però io l’ho già detto e lo ripeterò finché campo, che la vita dei miei figli era in pericolo, e siccome loro valgono più di qualsiasi altra cosa al mondo, io dovevo fare di tutto per salvarli. Non è che sono qui che mi voglio per forza giustificare, voglio solo spiegare perché sono successe tutte quelle cose. I soldi non c’entrano nulla. Il fatto puro e semplice è che secondo i miei studi quello era il solo modo per avere i miei ragazzi sani e salvi, che quelle creature non hanno colpa di niente, ve lo giuro. E questo è quanto. Loro sono innocenti! Questo pure scrivetelo bene, che poi lo voglio vedere scritto nel vostro giornale, mi raccomando.