Sfogliando pigramente i quotidiani alla ricerca di qualche notizia piacevole ( mission impossible: la tragedia vende ! ) cade lo sguardo su due fotografie inquietanti. Nella patria del buongusto, della moda, del design due personaggi pubblici si presentano al mondo con look imbarazzanti: un’anacronistica canotta bianca ( il politico ) e una polo nera che metterebbe in difficoltà anche il fisico di un surfista ( il super manager ).
Se, come sosteneva Oscar Wilde, solo gli stolti non giudicano dalle apparenze………. siamo proprio messi male!
Ci sono angoli, curve, e prospettive di questa città, che sembrano di una beltà senza pari. Soprattutto la sera, quando il sole declina verso l’orizzonte, e l’ultimo suo respiro annuncia l’oblio dei nostri sensi. Quando la luce del giorno si riverbera dal punto di fuga, e par quasi che sonnecchi, e sbadigli, prima di coricarsi stancamente sui tetti delle case e le acque del Tamigi. Quando l’ultimo raggio di sole accarezza le ombre lunghe del tramonto, finché la sua luce obliqua dipinge di arancio un cielo mesto e annoiato. Quando tutta Londra, mentre il sole muore lentamente, diventa un quadro sfumato a carboncino. Quando l’emozione e il sentimento si fanno poesia, e nel momento medesimo in cui si fanno poesia raggiungono la vetta del loro splendore e non hanno più bisogno di parole. Quando tutto ciò si avvera, quando tutto ciò alla fine si compie, confesso di rimanere ammutolito e inerte. E come un bambino che tiene fra le mani il suo giocattolo più bello, il più desiderato e al tempo stesso inaspettato, io resto a guardarne, commosso e smarrito, lo spettacolo inconsapevole.
Eccoti lì, mentre solchi stancamente lo stesso tratto di via, mentre ondeggiano i glutei nel movimento ritmico dei fianchi, e come uno spettro di lussuria sorridi all’uomo della strada, e gli strizzi l’occhio, soffermando il tuo sguardo lascivo sul suo viso e nel profondo del suo desiderio. Lo apostrofi così, con parole imparate a memoria, parole che ti dipingono addosso una veste rossa e vuota, come un manichino che la indossa, ma senza vita. A passi muti mi avvicino, nascondendomi dietro le ombre di Whitechapel, e quando ti raggiungo tutto avviene in pochi brevi attimi, senza rumori, senza grida. Solo un gemito soffocato, più di sorpresa che di dolore, perché ho fatto in modo che la tua morte fosse rapida, che la tua anima potesse finalmente liberarsi così, in un istante, e distendere le sue ali verso il cielo e la sua redenzione.
Un taglio alla gola, netto e profondo, fino alle vertebre del collo, fin quasi alla decapitazione. Il sangue, la vita stessa che sgorga, defluisce scura e si allarga, fino a perdersi tutta lungo il marciapiede di Buck’s Row. Di fronte al mattatoio, ironia della sorte. Adesso non respiri più. Incido il tuo ventre molle fino all’inguine. Estraggo il tuo intestino. E’ caldo, quasi gelatinoso al tatto. Scivola tra le mie dita. Lo adagio lentamente in spire concentriche sull’addome aperto, mentre quello che resta del tuo calore si condensa in un alito di fumo che poi evapora tutt’intorno. La lama del coltello procede verso il basso, verso la sorgente stessa della vita, quella che hai osato profanare con mille sordidi amanti, senza vergogna né pudore. Taglio. Seziono. Almeno una decina di volte. Ed ecco, alla fine, copiose ferite ai genitali, peccaminosi e impudichi.
Mi è piaciuto. Sì, lo ammetto. Non è stato solo un atto necessario. Non è stata soltanto la tempestiva risposta a una chiamata interiore, a un dovere ineluttabile. Devo riconoscere, ahimè, che non s’è trattato solo di un gesto meccanico, di chi non può rifiutarsi di agire per un bene più alto. E’ stato un gesto carico di passione, di forte partecipazione emotiva, ed è riuscito a saziarmi, mi ha largamente ripagato dello sforzo e del rischio stesso dell’impresa. Mentre sono qui in questa latrina, a ripulirmi del sangue e dell’odore acre della morte, ripenso a quanto è accaduto stanotte, e mi rendo conto, nudo di fronte alla mia stessa anima, che non mi sarà facile fermarmi. Oggi, 31 agosto 1888, ho superato la linea subdola che distingue l’adempimento del dovere dalla soddisfazione del piacere.
Non avere paura di me, ancora non mi conosci. Cosa ti fa pensare che io sia una minaccia, un pericolo? No, aspetta. Non puoi andartene così. Rifletti un attimo. Dopotutto potrei essere un nuovo cliente, no? Oppure potrei essere un amico, potrei avere bisogno di aiuto. Potresti essere tu ad avere bisogno di aiuto, magari del mio aiuto. Invece no, cerchi di scappare. Cammini piano, poi allunghi il passo. Ti metti a correre. Inseguo il rumore dei tuoi tacchi, inseguo il profumo dei tuoi capelli, a breve distanza. Ormai non posso permetterti di fuggire, ormai è troppo tardi. Pochi istanti fa il tuo sguardo è annegato nel mio, il tempo d’un battito di ciglia, e in quel momento il tuo destino è stato scritto, e ora sta per compiersi. Mentre corri, e ti guardi indietro, i tuoi occhi tradiscono il terrore e il colore stesso della morte. Ti prego, non fare così, non prolungare l’agonia. Non costringermi ad agire d’impulso, senza la giusta premeditazione. Potrei farti male. La mia mano potrebbe tremare, potrebbe non conservare la necessaria precisione, perdere lucidità. Ma tu non mi ascolti, sei una povera sciocca. Una volgare meretrice da quattro soldi. Come ho potuto solo pensare che tu fossi davvero una persona? Una persona intelligente? Come ho potuto pensare che tu ti volessi bene? Ti ho sopravvalutata, lo so. Ho sbagliato. Forse è meglio così, forse è meglio che la tua vita finisca qui. In qualunque modo, ma al più presto.
Odo l’eco delle cronache. Tutti i giornali narrano le mie gesta, aggiungendo particolari licenziosi che alimentano il mio orgoglio e la mia fantasia. Il mio spirito se ne compiace, e s’infiamma, cercando soddisfazioni nel buio della notte.
Il 25 settembre ho scritto al direttore di Scotland Yard. E’ stato un gioco e contemporaneamente un vero atto di sfida, lo ammetto. Ho sentito la necessità di svelarmi un poco, anche soltanto per lettera. Dar voce alla mia ingombrante personalità. E mi sono anche divertito. Ho confessato di aver raccolto un po’ di sangue in una bottiglia di birra. Sangue dell’ultima vittima, di ciò che ne rimaneva. Volevo usarlo come inchiostro, divertirmi a vergare la carta da lettera con i segni indelebili e inequivocabili delle mie azioni, ma non ho considerato il fatto che il sangue rappreso diventa subito denso come colla, quindi inutilizzabile allo scopo. Pazienza. Ma la firma di Jack lo Squartatore, permettetemi di dirlo, è piaciuta proprio a tutti.
La gente comincia ad avere paura sul serio. La paura di chi non sa che fare, non sa dove andare. La paura di non sapere chi può sopraggiungerti alle spalle, all’improvviso, durante la notte. Be’, potete stare tranquilli. Ho iniziato con le prostitute perché sono bersagli facili, sono vittime deboli, e ho intenzione di continuare così. Fidatevi di me. Non mi fermerò finché non mi prenderanno.
Faccio due passi fino a Mitre Square. E’ una sera fredda, che sta per scivolare verso una notte umida e particolarmente buia, senza luna né stelle. La notte migliore per andare a caccia. Ormai non posso più nasconderlo, la mia nobile missione di pulizia sociale si sta trasformando drasticamente in atti di puro edonismo, che trovano legittimazione in motivi prosaici e del tutto effimeri. Non so in quale altro modo spiegare la mia condotta, ma non sento neppure l’obbligo di farlo. Provo una tale soddisfazione fisica in quello che faccio che non mi interessa affatto trovare giustificazioni.
Quel vecchio cocchiere ha rovinato i miei piani. Prima o poi doveva succedere. E’ arrivato nel momento sbagliato e non ho potuto finire il lavoro. Ho lasciato la tua collega a morire in Berner Street, e la cosa non mi piace per niente. Sono rimasto con l’amaro in bocca, come quando il piacere ti viene sottratto all’improvviso e senti la necessità di trovarne subito uno più forte, più intenso, con cui cancellare la frustrazione che ti scorre sotto la pelle. Ecco perché ora è giunto il tuo turno. Stavolta, lo giuro, non è colpa mia.
Cosa credi di fare, lurida puttana?! Pensi di scappare?? Ma guardati, sei solo una vecchia troia!! Una troia di periferia che non ha la decenza di starsene a casa. Ma non ti preoccupare, nessuno sentirà la tua mancanza, puoi giurarci. Dove stai andando?? Dove scappi?? Pensi di fottermi?! Pensi davvero di potermi fottere così?! Non c’è ancora riuscita la polizia!! Quei poveri stupidi non ci sono ancora riusciti, e pensi di farcela tu?? Non è la tua serata fortunata, mi dispiace tanto. Ecco, questo per cominciare, se ti venisse voglia di urlare. Un bel taglio alla gola netto e preciso, per soffocare le tue grida. Finisce così la triste vita di una povera e stupida puttana. Nessuno piangerà la tua scomparsa, questo è sicuro. Con il coltello scendo dritto fino all’inguine. Estraggo lo stomaco, poi l’intestino. Fumano di calore corporeo, a contatto con la fredda notte londinese. Li adagio sulla tua spalla destra. Tagliuzzo il fegato. Asporto il rene sinistro. Recido gli organi genitali. Mi accanisco sul tuo viso, senza tregua. Asporto il naso e il lobo dell’orecchio sinistro. Eseguo numerosi tagli alle labbra, così profondi che si vedono le gengive. Lacero la palpebra dell’occhio destro. Mi porto via qualche souvenir. Così, per prolungare il piacere. Me lo sono meritato.
“Dall’inferno
Signore,
vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era molto buono. Potrei mandarvi il coltello insanguinato con cui l’ho tolto se solo aspettate ancora un po’
Un confine labile quello tra chiacchiere e pettegolezzi. Premesso che non e’ sempre possibile discutere di poltica , sport o dell’ origine dell’ universo e’ inevitabile che le conversazioni scivolino su temi personali.
Il tale ha fatto, il tizio ha detto, hai saputo che … sono gli incipit di conversazioni che prendono l’abbrivio da eventi (presunti o reali e’ indifferente) ed evolvono in un crescendo sempre più spumeggiante dove il piacere del raccontare, come squisito momento di gratificazione dell’ ego dell’oratore, spesso ha il sopravvento su ogni forma di buona educazione e di rispetto dell’ altro.
Sul palcoscenico artificiosamente edificato l’ego narrante costruisce il racconto , lo arricchisce di dettagli pruriginosi per stupire e intrattenere il pubblico, dimenticando che le parole lasciano tracce (a volte indelebili) o almeno delle scie.
E allora?… Ben venga il pettegolezzo se come il peperoncino rende più gustoso lo spaghetto all’amatriciana ma che sia circoscritto e possibilmente assolutamente volatile.
Il ragazzo di vent’anni mi racconta: ” Ho conosciuto una ragazza molto carina a una festa l’altra sera ” “Bene ” rispondo ” e le hai chiesto il numero di cellulare vero ? ” ” Noooo” ,mi guarda inorridito ” è troppo, le ho chiesto l’amicizia su FB “.
L’amica trentacinquenne mi domanda con un tono di voce che vorrebbe essere divertito ma non lo è ” Sai per caso chi sia questa Romina Rossi che mio marito ha conosciuto a quel convegno dove siete stati e che gli ha chiesto subito l’amicizia su FB ? ” ” No” ” Ma non c’erano belle ragazze al convegno, tranquilla ” .
Rassegnamoci: anche nell’ ambito affettivo bisogna fare i conti con Facebook !
Il 24 giugno 1995 è una giornata molto calda. Una di quelle giornate in cui non vorresti proprio lavorare. Vorresti dormire, rilassarti. O divertirti. Quando ti diverti, quando lasci libero sfogo alle tue passioni, il tempo passa così velocemente che neanche te ne accorgi. Due bambine giocano per la strada, vicino a un cavalcavia. Hanno otto anni, sono piuttosto piccole. Si divertono con poco. In fatto di giochi non hanno molta fantasia né gusti troppo raffinati. Vogliono attirare l’attenzione delle macchine che passano, fanno grandi cenni di saluto, elargiscono sorrisi. Ridono dei colpi di clacson che ricevono in risposta. Si divertono così. Bernard le nota. Crede che possano piacermi. Le cattura. Me le porta a casa.
Si chiamano Melissa e Julie. Hanno la carnagione chiara e i capelli biondi. Sono molto carine. Le guardo. Sorrido. La mia mano accarezza il loro viso angelico. Cerco di farla sembrare una cosa naturale, ma non sono poi così stupide. Capiscono benissimo che la commedia non può durare a lungo, perché presto si accorgeranno che qui non siamo all’oratorio. Qui non ci sono genitori né insegnanti. Non ci sono giochi. Non c’è nulla, nemmeno la luce. Per qualche giorno rimangono in casa, ma qualcuno da fuori potrebbe notarle, o sentirne anche solo la presenza. Non è un problema, la cella è quasi pronta. E’ piccola e buia. Le trasferisco lì. Nessuno le può vedere. Nessuno potrà mai immaginare che la loro vita è passata di qua.
Finisco in galera. Una questione di furto d’auto, una cosa da poco. Do a Michel la bellezza di cinquantamila franchi per occuparsi delle bambine, ma quando esco di prigione e torno a casa le trovo in pessime condizioni. Sono denutrite. So che molte persone hanno abusato di loro, filmando il tutto con dovizia di particolari, ma forse hanno esagerato. Le bambine muoiono poco dopo. Finiscono in un sacco di plastica, e il sacco va a finire sotto tre metri di terra, nel mio giardino. Bernard, che me le aveva procurate, non mi dà le garanzie che considero indispensabili quando si tratta di lavoretti di questo genere. Ho la sensazione che possa andare a spifferare tutto alla polizia. E’ uno che non ha le palle, non ha la giusta dose di sangue freddo. Non riesco più a fidarmi. Così anche lui va sottoterra a far compagnia alle bambine.
An e Eefje sono completamente diverse. Hanno all’incirca diciotto anni, sono poco più che adolescenti. Sono carne fresca ma più matura. Quel genere di carne che non ha più l’odore dell’infanzia e comincia ad avere un sapore diverso, più adulto e accattivante. Il 23 agosto del ’95, dopo una serata di svago al casinò di Blankenberge, le due ragazze prendono l’autobus per tornare a casa, ma non troveranno mai la via del ritorno. La mia Citroen bianca viene intravista da alcuni testimoni. La fregatura è che la stessa auto era stata segnalata anche in occasione della sparizione delle due bambine. Per mia fortuna, dato che la fortuna è un elemento indispensabile per la buona riuscita di certi piani, la polizia ritiene che la ricerca delle scomparse non sia poi così urgente. I giorni passano in un discreto silenzio, senza che nessuno si preoccupi troppo della sparizione delle ragazze, e noi tutti sappiamo bene quanto possa essere utile lo scorrere lento dell’acqua sotto i ponti per circondare di oblio anche il delitto più efferato.
E’ il 28 maggio ’96. Sabine esce di casa in bicicletta per andare a scuola. Ha dodici anni. Viene avvicinata da un furgone bianco che la farà sparire in pochi secondi. Un testimone fin troppo scrupoloso racconta alla polizia i suoi ricordi di quella mattina. Poco dopo vengono a cercarmi. Sono il proprietario del veicolo. Scoprono che nel lontano 1985 ho violentato altre cinque ragazzine. A onor di cronaca aggiungiamoci anche una cinquantenne di bella presenza. Con lei ho lavorato anche di coltello.
Un mese e mezzo più tardi rapisco Laetitia, una ragazzina di quattordici anni. Il copione è quasi sempre lo stesso, ma a dire la verità comincio a pensare di essere diventato un po’ troppo sentimentale. Un orco dal cuore tenero. Le ragazze reagiscono in modo diverso alle violenze, sembrano preparate ai miei soprusi, ne sono più consapevoli. E’ come se si fossero inviate messaggi subliminali, come se in qualche modo furtivo e a me ignoto avessero condiviso la loro esperienza e questo le avesse rese più forti, disincantate. Ecco perché Sabine e Laetitia riescono a sopravvivere. Solo per questo.
E’ l’alba del 13 agosto 1996 quando vengo arrestato. Ma non soffro di solitudine. Anche mia moglie Michelle finisce dietro le sbarre. E’ stata mia complice fin dall’inizio, e mi ha fatto compagnia per buona parte del mio ergastolo. Proprio in questi giorni le hanno concesso la libertà condizionata, dopo aver scontato metà di quei trent’anni che hanno contribuito al nostro divorzio.
Il colore bianco mi è sempre piaciuto. E’ il colore della purezza, dell’assenza di colpa. Il colore della luce assoluta. Anzi, è luce assoluta senza colore. E’ il colore senza ombre, senza interpretazioni, senza sfumature. E’ il colore della mia vita. Il colore delle mie case, dei miei veicoli, di tutte le cose che mi piacciono veramente. Il bianco è il mio colore. Il bianco sono io.
Sabine.
La sento, nel buio. Là nell’angolo, in fondo alla cella.
Gli altri dietro di me. Hanno il coltello e la videocamera.
Accendo la luce.
La guardo negli occhi. Lei mi guarda negli occhi. Sa cosa deve fare, come deve comportarsi. Deve fare la brava. Obbedire come la più educata delle bambine.
Ci avviciniamo. Passi leggeri come foglie.
Lei è lì, immobile. Indifferente. Non tradisce emozioni, nemmeno l’ombra della rassegnazione, non più. Tutto è come deve essere, semplicemente perfetto.
Vogliamo la sua migliore interpretazione, lei lo sa.
Passione e sottomissione.
Comincia a muoversi, piano.
Così…
Non ha bisogno di suggerimenti, non ha bisogno di ordini o di minacce. E’ un’attrice consumata. Sa perfettamente cosa fare, e come farlo. Non ha intenzione di esasperarmi o anche solo di contraddirmi.
E’ la bambina migliore del mondo.
Da vicino sento il battito del suo cuore che cresce, nel suo piccolo petto. Ormai la conosco bene. Quello che un tempo era l’odore della sua paura diventa magicamente qualcos’altro.
Eccola immolarsi sull’altare del nostro piacere.
Respiriamo insieme. Moriamo insieme. Il nostro gemito si spegne, nel silenzio.
Lei torna piccola. Torna bambina.
E’ ora di fare buio di nuovo.
La mia è la storia del secolo. Non sono un tipo vanitoso, non sono in cerca di gloria. La verità è molto semplice. Il fatto è che il mostro di Marcinelle non è una persona. Non è un serial killer furbo e meticoloso, né un pedofilo violento e sanguinario. Non si tratta solo di una vicenda di rapimenti, di violenze, di stupri e di omicidi. Sarebbe troppo semplice vederla così. Anzi, sarebbe comodo. Questa è la storia del secolo perché il mostro di Marcinelle sono tante persone, credetemi. Non lo potete neanche immaginare quante sono. E soprattutto non potete immaginare chi sono.
Tutto ha inizio alla fine degli anni Settanta, forse anche prima. I personaggi coinvolti vengono da Paesi diversi, hanno alti incarichi istituzionali. Alcuni portano corone in testa, hanno titoli nobiliari. Altri portano la pistola e il distintivo. Altri ancora medaglie al valore. Tutti questi sono gli innominabili. E c’è un bel muro di gomma che li protegge. Li proteggerà per sempre. Fino a quando nessuno si ricorderà più di questa storia, fino a quando tutti i protagonisti saranno diventati cibo per i vermi. Io lo dico spesso, la terra nasconde bene i corpi, ma c’è una sabbia speciale che nasconde tutto, anche l’odore del marcio. Perché è un odore che nessuno vuole sentire.
Adesso l’avete capito. Avete capito perché a me viene da ridere quando la gente dice che il mostro di Marcinelle era un elettricista malato di mente. Qui la follia non c’entra nulla. In tutta questa storia non c’è un solo fottuto grammo di follia. Questo è il punto fondamentale. Io sono qui in gattabuia e ci resterò fino alla fine dei miei giorni, ma sopra di me c’è un’organizzazione di insospettabili. Gente potente, che non si sporca mai le mani. Gente che in mano ha le sorti del mondo, capace di ucciderti mentre ti augura buona giornata, e lo fa con il sorriso sulle labbra. Gente… invisibile. Praticamente tutto il contrario di me. Però c’è una cosa che abbiamo in comune. Gli stessi gusti in fatto di femmine. E una gran voglia di divertirci, di tanto in tanto.
Un sabato soleggiato di maggio, festa alla Scuola Salesiana di via Tonale a Milano. Due ragazze si avvicinano e mi chiedono di acquistare “Secondo Piano” giornalino scolastico curato, redatto e stampato dell’ITI - LST . Non posso rifiutare e con due euro una copia è mia.
Sono curiosa, voglio capire come ho investito il mio denaro, sfoglio e leggiucchio qua e là ed ecco la sorpresa: il tema di Mara Salvetti. Bellissimo.
TEMA (Tipologia B, Ambito socio-economico): Il significato delle “buone maniere”, ieri ed oggi.
Articolo di giornale destinato ad un quotidiano, pagina di costume e società
Stai composto! Mangia bene! Rispetta le persone più anziane di te! Non dire parolacce! E chi le sente più queste frasi? Le buone maniere stanno morendo, e, con lo scorrere del tempo, forse non esisteranno più.
È un problema che coinvolge indistintamente giovani e adulti, creando spesso, nei rapporti interpersonali, una mancanza totale di rispetto. Da dove viene tutto questo? Dalla storia? Non credo. Testi come il Galateo del 1548 e La civiltà delle buone maniere del 1969, descrivono i modi di vivere di un tempo. Periodi in cui le buone maniere quasi venivano rispettate anche in guerra. L’epoca del ‘700! Secolo in cui gli uomini arrivavano a pettinarsi; e a truccarsi come lo stile del tempo dettava.
E ora? Dove sono finite queste regole? Impresse sui libri di 500 anni fa e basta? Già! Perché basta uscire di casa per accorgersene. E non si tratta di mettere i puntini sulle i. È una continua mancanza di rispetto nei confronti di tutto ciò che ci circonda. Una serie di “regole” che tutti conosciamo ma che non rispettiamo. E non diamo la colpa solo ai giovani vedendoli sempre come vittime. Dalla famiglia agli amici, dalla scuola al lavoro. Ormai nessuno se ne preoccupa più. Il datore di lavoro, l’insegnante sono diventati come gli amici di infanzia. Non c’è quasi più differenza tra un linguaggio formale e quello di tutti i giorni. A tavola non ci si preoccupa di quante forchette ci siano o come siano messe. E il vestiario? È vero che ci caratterizza come diceva il sociologo Goffman? Probabile. Ma chi può dirlo, ora che la moda ci insegna a vestirci tutti uguali? Il punto è che probabilmente ci va bene così. Quasi nessuno se ne lamenta, eccetto qualche anziano seduto al bar di un oratorio. È un continuo battibecco tra i giovani di oggi e quelli di una volta. Chi ancora rivendica il rispetto delle buone maniere e chi forse non le ha mai conosciute. Non c’è un rimedio, se non il buon senso. Ma chi ce lo può insegnare? La Famiglia, la scuola, chi lo sa, basta decidersi. Sì, perché di questo passo possiamo solo cadere più in basso. E questo non farà bene nè a noi stessi, nè alla società in cui viviamo.
Quando mi capita di rivedermi nelle foto di quei tempi mi vengono i brividi. Non lo so, forse perché la persona che vedo in quelle foto non sono più io. E’ che faccio proprio fatica a riconoscermi. Sì è vero, sono passati più di trentacinque anni, ma non significa niente. Voglio dire che per me non è solo una questione di età. Ecco, come in questa foto, per esempio. Basta prenderne una a caso. Qui porto i capelli lunghi e un cappottino con il collo di pelliccia. Ho un’espressione fredda. Mi verrebbe da dire inquietante, anche se mi suona strano dirlo di me. Due occhi di ghiaccio. Impenetrabili. Guardo dritto nell’obiettivo della macchina fotografica e sembro sfidare il mondo.
Io e Guido, cioè quello che all’epoca era il mio fidanzato, quella sera andiamo a casa dei miei. Sono circa le nove. La mia famiglia è seduta davanti alla tv, come una qualsiasi ordinaria famiglia italiana che trova svago e soddisfazione nel varietà televisivo in prima serata. Sono tutti lì. Mio padre, mia madre, i miei nonni Romolo e Margherita. E c’è anche mio fratello Paolo, di tredici anni. Iniziamo a parlare così, del più e del meno. Parliamo anche del regalo di nozze, alcuni lingotti d’oro che ci avevano promesso tempo prima. Solo che ora esitano a darceli. Il fatto è che loro non approvano la mia decisione di sposare Guido. Lo considerano fragile, insicuro. Una persona inaffidabile. Il discorso però rimane sul vago, in superficie, forse perché nessuno ha voglia di affrontare seriamente la questione. La tv è accesa. Parla, parla. Quel cubo elettrico di immagini e di suoni appiattisce le povere menti semplici della mia famiglia. Le ipnotizza, le rapisce. Ecco, questo è il momento preciso in cui tutto si compie. Arriva come un fulmine e stravolge le nostre vite. Ma non è imprevisto. E’ calcolato. Ho ancora tutto qui davanti agli occhi. Sono pochi fotogrammi al rallentatore. Una sequenza che ho rivisto migliaia di volte, che si consuma in un attimo ma che dura da una vita.
Il primo a morire è mio padre. Freddato a bruciapelo. Riverso sulla sedia e con la sigaretta in bocca. Mia madre fa solo un passo e cade subito a terra. Poi tocca ai nonni. Uno. Due. In rapidissima successione. Giù come birilli. Manca mio fratello. E’ sotto il tavolo. Si è nascosto ma non servirà a nulla. Sento il battito della sua paura sulla mia pelle. Nel cervello. Il primo lo ferisce soltanto. Poi il colpo di grazia. Diciotto in totale.
Pochi secondi di furia. Non di follia, no. Tutto è fermo. Immobile. C’è un silenzio glaciale. Solo la tv continua a parlare, ma adesso mi sembra una voce lontana, in sottofondo. C’è una nebbia di fumo che galleggia dappertutto. Ha l’aria innocente. Puzza di polvere da sparo. Guardo il cadavere di mio fratello. Usciamo. Il cane dei miei sta abbaiando, ha capito tutto. Viene abbattuto anche lui. Non resta vivo nessuno. E’ la sera del 13 novembre 1975. Un marchio indelebile sui miei primi diciotto anni.
Ci allontaniamo, con calma. Abbiamo bisogno di un alibi. Andiamo a casa di un nostro amico e ci restiamo almeno fino alle undici e mezza. Cerchiamo di comportarci normalmente, e ci riusciamo benissimo. Sono fredda e calma come non lo sono mai stata. Rido. Faccio qualche battuta. Sarà forse l’adrenalina, non lo so, ma riesco a governare dal profondo le mie emozioni. Ho la sensazione di avere il pieno controllo di me stessa. I gesti, le parole. Nelle indagini successive e nelle diverse fasi del processo tutti dichiareranno di averci visti tranquilli e rilassati, di non aver potuto sospettare nulla di quello che era accaduto solo pochi minuti prima.
Il mattino dopo vengono a cercarci. A cercare me, prima di tutto. I carabinieri devono fare il loro dovere. Informarmi dell’avvenuta strage. Ed ecco il mio primo errore. Se i corpi fossero stati scoperti subito, se i carabinieri fossero venuti da me la sera prima, io sarei stata del tutto credibile. Lo so. Il fuoco sotto la cenere avrebbe giocato a mio favore. Ma non è andata così. Il giorno dopo, ironia della sorte, non sono più sostenuta dalla forza della mia responsabilità, della mia colpa. Il giorno dopo ho in corpo una lucidità così spontanea che mi tradisce. La mia reazione alla notizia del massacro è fin troppo composta, controllata. Intuiscono subito che c’è qualcosa che non torna.
A nostra insaputa cominciano a indagare nel sottobosco della mia vita, della mia famiglia. Arrivano le perquisizioni a casa di Guido. Trovano le munizioni. Il bossolo nella sua auto. Ci convocano in questura. Fanno domande, controlli incrociati. Insistono, insinuano. Dopo otto ore di interrogatorio confesso gli omicidi.
Fin dall’inizio del processo ho cercato di difendere Guido dalle accuse di complicità, e per diverso tempo mi sono assunta tutta la responsabilità dei fatti. Ecco il mio secondo errore. Poi ho scoperto che lui al contrario voleva addossarmi tutte le colpe. Allora ho capito e ho deciso che sarebbe stata guerra fra di noi, che non avrei lottato solo contro la giustizia ma anche contro di lui.
Nessuno riuscirà mai a stabilire davvero chi è stato di noi a premere il grilletto. Certo non lo dirò io, dopo tutto questo tempo. Cambierebbe la forma, non la sostanza. La sostanza è che ci hanno condannati entrambi all’ergastolo, perché la perizia psichiatrica ci ha giudicati perfettamente lucidi, del tutto in grado di intendere e volere. Questo non mi ha affatto sorpresa. Sono sempre stata cosciente di quello che stavo facendo, dal momento in cui ho cominciato a progettare il nostro piano al momento stesso in cui lo abbiamo realizzato.
La mia personalità all’epoca dei fatti è risultata egoista, egocentrica, dominatrice. Sessualmente affamata e dedita a comportamenti eticamente discutibili sul piano della morale comune. La morale della provincia vercellese alla metà degli anni Settanta. Oggi alcune cose no, non dico che farebbero sorridere, ma senz’altro verrebbero guardate con una buona dose di indulgenza. Però è altrettanto vero che qualunque comportamento umano va osservato e commentato nel contesto storico in cui è avvenuto. Io ho scelto di agire in un periodo nel quale non potevo illudermi di non essere giudicata anche con una certa morbosità.
In carcere mi sono laureata in architettura.
Nel ’93 ho compiuto altri diciotto anni. Anni di prigione, anni in cui gli unici colori che avevo intorno erano le sfumature di grigio. Poi mi hanno concesso la libertà condizionale. Ho iniziato a lavorare presso la comunità di don Luigi Ciotti. E’ stato il primo passo verso una parvenza di vita normale. Nel 2000 il tribunale mi ha dato l’opportunità di usufruire di maggiore libertà, con l’obbligo di rimanere in casa nelle ore notturne. Oggi, nel 2011, dopo altri diciotto anni e qualche sfumatura di colore, mi sento una donna libera. Quasi del tutto.
Se quello che è successo nel ’75 fosse accaduto oggi ci sarebbe stato un estenuante processo mediatico. Trasmissioni televisive a qualsiasi ora del giorno e della sera. Opinionisti, veri e improvvisati, ma sempre molto telegenici. Libri, giornali, periodici. Psichiatri, psicologi, educatori, sociologi, avvocati. Tutti quanti avrebbero speso milioni di parole su di me. Magari alzando la voce per far alzare anche l’indice di ascolto. Questo fortunatamente mi è stato risparmiato.
Non sono in grado di dare motivazioni di alto livello. Probabilmente se ne possono trovare così tante che nemmeno io le riconoscerei tutte. Quello che so per certo è che ero una ragazza adolescente che ardeva di un fuoco freddo. Bruciavo di insoddisfazione. Avevo cucito addosso un vestito di provincia che mi andava terribilmente stretto. Mi soffocava. E intorno a me, come fosse uno scherzo del destino, avevo una famiglia che si sentiva perfettamente a suo agio in una condizione di assoluta ristrettezza, fisica e mentale.
I miei genitori non hanno avuto nessuna colpa. E’ inutile cercare nei loro comportamenti i segni del mio fallimento. Sono sempre stati persone perbene. Hanno sempre cercato di insegnarmi il valore delle piccole cose. Io però non ero fatta per le piccole cose. Io pensavo in grande. La virtù sta nel mezzo, dice il proverbio. Per me quello stare nel mezzo voleva dire solo vivere nella mediocrità. Volevo di più e volevo di meglio. E quello che ho fatto era il modo più facile e veloce per avere soldi, spazio e libertà.
Il nome di Doretta Graneris non se lo ricorda nessuno. I quarantenni di oggi non mi hanno mai sentita nominare. E’ molto meglio così. Sono nata a Vercelli nel febbraio del 1957. Il mio nome e la mia stessa vita si confondono in quelle terre di provincia dove la dedizione al lavoro e i principi del vivere civile favoriscono l’oblio di qualsiasi storia personale, anche della più curiosa o violenta. Sono indegnamente la capostipite di quelle stragi familiari che fanno molta presa sull’opinione pubblica, che attirano l’attenzione dei mass media, specialmente in Italia. Negli ultimi decenni ho sentito riecheggiare il mio nome accanto a quelli di altri assassini, come Pietro Maso o Erika De Nardo, che hanno ucciso in tempi più recenti. Ma nel frattempo è cambiato quasi tutto. E’ cambiata la gente, e con la gente è cambiato il senso della morale. E’ cambiata anche la percezione del reato e della colpa. A parità di evento, cambia il giudizio popolare. E alla fine, come se fosse una conseguenza inevitabile, cambia anche la condanna penale. So che sembra incredibile, ma neanche poi così tanto.
A diciotto anni mi sentivo come se mi volessero iscrivere in un cerchio da cui sarebbe stato impossibile fuggire. Vedevo qualcuno, senza faccia e senza nome, che con un gessetto di quelli che si usano a scuola per scrivere sulla lavagna disegnava intorno a me una piccola circonferenza. Poi mi diceva con voce candida che non avrei mai potuto scavalcare quel confine. Era il mio recinto. Al solo pensiero mi mancava l’aria per respirare. Mi mancava una vita da vivere. Allora ho pensato, e ho deciso. Tutto calcolato, tutto ponderato nei dettagli. Alla fine ho saltato aldilà del cerchio. Un bel salto a piedi uniti. Un salto che non puoi più tornare indietro. Un salto che indietro non ti lasci più nulla.
Queste di oggi sono le mie ultime parole su questa storia. L’ultimo ricordo della mia vita passata. Ho sentito il bisogno di parlarne ancora una volta, ma solo per metterci sopra la pietra definitiva. Non voglio più sentir parlare di perdono, di riscatto sociale. Non mi interessa. Sono concetti troppo alti, mi stanca solo l’idea. Il mio unico desiderio è essere dimenticata.
Questa nelle foto non sono io. Quello che dicevo, quello che pensavo, quello che facevo e che ho fatto. Questa non sono più io. E non è un modo di dire. Quarant’anni sono sufficienti per cambiare una persona? Non è la domanda giusta. A me sono bastati pochi secondi. La domanda giusta è: si cambia davvero? Non lo so. Però so che la ragazza delle foto non esiste più. Io la conoscevo bene, ma ora se n’è andata per sempre.
Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, si sa o almeno si dovrebbe sapere. Ma la memoria, quando torna comodo, cancella molti file, e così a fronte di un crescendo di pretese/ aspettative che non possono essere soddisfatte si registra un incremento della frustrazioni e della rabbia.
In particolare merita una riflessione il punto ” No matrimonio, no regole. Se non si vuole però che lo Stato invada il privato sentimentale, non si può pretendere di essere dallo Stato protetti e garantiti, quando il sentimento esplode nel risentimento “.
Quando si prende la decisione di svincolarsi dalle regole ( qualunque sia la motivazione sottesa ) si devono valutare e considerare tutte le conseguenze che questa scelta comporta.
“Buongiorno, sono Josef Fritzl! Ma non c’è bisogno di presentarmi, sono famoso in tutto il mondo”. Ho detto così ai due giornalisti della Bild che sono venuti a trovarmi qui a Stein per la prima intervista dopo la mia condanna. Ammetto che con loro mi sono un po’ divertito, ma non credo che se ne siano accorti. Anche perché il confine tra la realtà e la mia verità è piuttosto sottile, tanto che anch’io il più delle volte faccio fatica a riconoscerlo. Oggi comunque mi sento in forma e soprattutto in vena di chiacchierare, così ho deciso di raccontarvi la storia delle mie famiglie.
Quand’ero piccolo mia madre mi picchiava. Ecco, adesso qualcuno già inizierà a dire che sto mettendo le mani avanti. E allora? Meglio metterle avanti che altrove, no? Okay, lasciamo stare le battute. Dicevo che lei mi picchiava, mi umiliava. Da parte sua non c’è mai stata una sola manifestazione d’affetto nei miei confronti. La domenica andavamo a messa, e per quello che posso ricordarmi era l’unica cosa che facevamo insieme a quei tempi. Per il resto erano solo maltrattamenti e un gran senso di solitudine. Poi, quando ho compiuto dodici anni, le ho detto che se avesse continuato a picchiarmi avrei cominciato a difendermi sul serio, e così ha smesso. La verità è che mia madre non mi voleva, non mi ha mai voluto. Mia madre non mi ha mai amato. E’ buffo, perché senza neanche saperlo mi ha insegnato che si deve voler bene ai figli. Io ne ho avuti tanti. E li amo tutti. Sono carne della mia carne, sangue del mio sangue. C’è un po’ di ironia in tutto questo, me ne rendo conto, ma vi giuro che è così.
Elisabeth è nata l’8 aprile 1966. La luce della mia vita. Era fresca e profumata come una rosa. Qualcuno dice che i neonati hanno un cattivo odore, che puzzano di latte, o cose così. La verità è che sono l’unica ragione di vita per i loro genitori. A chi non viene spontaneo prenderli in braccio? E non sto parlando di quei cinque minuti in cui piace a chiunque spupazzarseli un po’. Dopotutto sembrano dei giocattoli, bamboline dalla pelle morbida e vellutata, che viene voglia di baciare e mordicchiare dappertutto. No, sto dicendo di amarli, di prendersene cura fino a quando diventano grandi, con le gioie e i dolori che questo comporta. Con Elisabeth è andata così. Le ho voluto un bene immenso fin dall’inizio, tanto che poi l’amore è cresciuto con il tempo, si è sublimato. Non la vedevo più come una figlia ma direi come una compagna, e sentivo ancora di più il bisogno di proteggerla, di salvarla dai pericoli a cui poteva andare incontro. Chi ha dei figli sa di cosa parlo. Fuori di casa ci sono tentazioni che è quasi impossibile vincere, e in men che non si dica ti trovi nei guai fino al collo. Avevo paura che Elisabeth potesse fare una brutta fine, soprattutto con… certe sostanze che quando le provi poi… insomma, non te ne liberi più. Ai miei tempi certe cose nemmeno esistevano, lo sapete anche voi, così si finisce con l’essere disattenti, impreparati, fino a quando poi il danno diventa irreparabile. No, con lei non poteva andare a finire così. Dovevo salvarla da quel pericolo prima che fosse troppo tardi. Ci ho pensato, credetemi, e non è stato per niente facile. Poi il 24 agosto 1984 ho trovato la soluzione.
C’era una scala, che andava giù. E giù c’era una specie di bunker sotterraneo. Un po’ stretto, a dire la verità. Ma ho fatto in modo che fosse funzionale, che l’ossigeno fosse sufficiente e che ci fossero i servizi igienici. Provvedevo a rifornire il freezer con regolarità, anche se durante il processo Elisabeth ha detto che ha rischiato di morire di fame, ma è successo solamente una volta perché mi sono assentato per un periodo piuttosto lungo, e comunque è stato uno dei pochissimi errori che ho commesso in quei ventiquattro anni. Ogni tanto c’era qualche topo, è vero, ma cercavo di eliminarlo con delle trappole sistemate ad arte un po’ dappertutto. All’inizio Elisabeth ha cercato di scappare, allora ho fatto in modo di scoraggiare i suoi tentativi di fuga con del filo elettrificato e alcuni lucchetti a prova di evasione. Sono un ingegnere, sono una persona precisa. Ero sicuro che in quelle condizioni Elisabeth non avrebbe corso il minimo pericolo, e così è stato.
L’ho toccata la prima volta nel 1985, quando aveva già diciannove anni. L’ho amata veramente, come ha diritto di essere amata una moglie, la compagna di vita. E poi era davvero bella, credetemi. Un vero splendore per gli occhi. Anche oggi è una quarantenne degna di attenzione, ma a vent’anni potete immaginare quanto fosse attraente. Da vero uomo non potevo rimanere insensibile alle sue grazie, così ho lasciato che l’istinto naturale seguisse il suo corso. Da padre avrei dovuto e potuto evitare che accadesse, lo capisco, ma la situazione era davvero particolare, è difficile dare spiegazioni a chi non si trovi a viverla in prima persona. Il nostro rapporto andava aldilà del semplice contratto morale e familiare. Più i giorni passavano e più la Natura chiedeva di essere assecondata, chiedeva di essere appagata. Io ho solo fatto in modo che non trovasse alcuna resistenza.
I nostri incontri non erano mai banali. Non sono mai stati noiosi o anche solo prevedibili. Ogni volta che scendevo nella cantina prendevo spunto da alcune riviste e videocassette. Sapete bene di cosa sto parlando. Durante il processo certi aspetti diciamo pruriginosi della vicenda sono stati messi in bella evidenza, a beneficio degli spettatori e della loro morbosa curiosità. Ovviamente mostravo questo materiale anche a Elisabeth, in modo che potesse donarsi a me senza quei condizionamenti psicologici dovuti al rapporto di parentela. Volevo che nell’atto del congiungimento desse il suo contributo attivo e soprattutto spontaneo, lasciando che la fantasia fosse libera di esprimersi e di alimentare meglio i nostri sensi.
Kerstin è nata nel 1989. La nostra primogenita era vispa e forte. All’inizio temevo che mia moglie Rosemarie potesse sentirne il pianto. E’ incredibile come sono potenti le corde vocali di un lattante, ma fortunatamente al piano superiore non si è mai udito nulla di quello che accadeva sottoterra. Poco tempo prima del parto ho portato a Elisabeth un libro di ostetricia. Volevo che fosse pronta all’evento, che non corresse rischi. Per fortuna è andato tutto bene, senza nessuna complicazione.
Stefan è nato nel 1990. Lisa, Monika e Alexander dal ’92 al ’96. Questi tre fin dall’inizio sono cresciuti con me e mia moglie. Le avevo raccontato che nostra figlia Elisabeth si era aggregata a una setta religiosa e che aveva lasciato i suoi figli davanti alla nostra porta di casa perché li allevassimo. Lei mi ha creduto. Il fatto è che il bunker era un po’ troppo stretto, la mia seconda famiglia stava crescendo, e i nostri figli là sotto non avrebbero avuto lo spazio sufficiente per crescere in modo sano, come era giusto per loro.
Nel ’96 è nato anche Michael, ma lui purtroppo non è stato fortunato. Fin dalla nascita ha avuto seri problemi di respirazione. Elisabeth mi chiedeva, mi supplicava di portarlo da un medico, ma io non sapevo decidermi. Ero confuso, o forse dovrei dire preoccupato all’idea che un elemento estraneo potesse turbare il nostro equilibrio che fin dall’inizio avevo cercato di mantenere con grandi sforzi e sacrifici. Alla fine ho deciso che la cosa più giusta da fare era quella di lasciar andare il piccolo Michael al suo destino, e il destino ha voluto che morisse poco dopo. Ho preso il suo cadavere e l’ho cremato nel forno a legna. Ho sparso le sue ceneri in giardino, nel giardino di casa sua. Sei anni dopo è nato Felix, l’ultimogenito, robusto come i suoi fratelli. Ho preferito lasciarlo con Elisabeth, sapevo che con sua madre sarebbe cresciuto ancora meglio.
Il 19 aprile 2008 è stato l’inizio della fine. Purtroppo. Quel giorno Kerstin, la nostra primogenita, si è sentita male, e dietro le insistenze di Elisabeth ho deciso di portarla in ospedale. Fuori dal nostro nido tutto è precipitato. Il mondo esterno ha dimostrato ancora una volta le sue insidie, il terremoto che può portare nella vita tranquilla delle famiglie. Elisabeth ha parlato. Mi ha tradito. Ha rotto un equilibrio perfetto che io avevo costruito e difeso per ventiquattro anni.
Il processo, che vergogna! Non mi piaceva proprio che la mia faccia venisse ripresa dalle telecamere di mezzo mondo. Apparire sui giornali, alla televisione. Sono sempre stato una persona riservata, quindi potete immaginare quanto potesse darmi fastidio che la mia vita venisse messa alla berlina come le vacche al mercato degli allevatori. Mi coprivo la faccia con uno di quei faldoni da archivio, ma alla lunga risultava anche un po’ scomodo stare per tutto il tempo con quell’affare davanti agli occhi, era una cosa umiliante, così ho lasciato perdere. Ho detto quello che dovevo dire. Ho raccontato la verità. Certo, non mi aspettavo che il mio punto di vista venisse condiviso dalla finta gente perbenista che gironzola in questo porco mondo. Ho semplicemente cercato di difendere la mia dignità di padre e marito devoto.
Il 19 marzo 2009 è arrivata la condanna all’ergastolo. Il giorno della festa del papà, ironia della sorte. Hanno fatto in fretta a giudicarmi. Devono aver avuto le idee molto chiare sin dall’inizio. Provo sempre un po’ di invidia per chi non ha dubbi o incertezze. Ho guardato il giudice, dritto negli occhi. Era una donna. Il magistrato Andrea Humer. Ho ascoltato quello che aveva da dire. Mi hanno riconosciuto colpevole di un sacco di cose. Dunque, se non ricordo male: omicidio, incesto, stupro prolungato, sequestro di persona prolungato plurimo, riduzione in schiavitù, percosse e minacce. E’ un elenco piuttosto lungo, così ho deciso di studiarlo a memoria perché finivo sempre col dimenticare qualche pezzo. Devono essersi proprio divertiti quelli del tribunale, i giudici e tutto il resto della compagnia. Davvero un lavoro coi fiocchi, di gente che ha studiato. Però non hanno trovato neanche una multa non pagata.
Questo è un carcere di massima sicurezza. Non ho quasi nessun contatto con gli altri detenuti. Gente assai poco raccomandabile che avrebbe una gran voglia di divertirsi col mio didietro. Io me ne sto per conto mio, non è poi così male. Cerco di tenermi in forma, faccio un’ora di cyclette tutte le mattine. Una passeggiata all’aria aperta nel pomeriggio. Ho un bel televisore con tanti canali, lo guardo spesso. La mia serie preferita è quella con Charlie Sheen, non so se la conoscete.
Scrivo spesso a Elisabeth. Da quando sono rinchiuso qui le ho mandato molte lettere, ma a quanto pare ha deciso di non rispondermi. Le ho chiesto dei soldi, so che ne ha presi tanti per via di questa storia, e anche per il libro dove ha raccontato tutta la nostra vita. Il fatto è che vorrei studiare legge, seriamente. Potrebbe servirmi molto per la mia difesa. Così potrei uscire di qui molto prima del previsto e tornare da Rosemarie. Sono sicuro che lei mi ama ancora, e poi so che in tutti questi anni mi è sempre stata fedele. Vorrei tornare a casa al più presto per prendermi ancora cura di lei.
Vi piacciono i miei pomodori? E lì ci sono anche dei peperoni. Crescono abbastanza bene, anche se qui la luce non è proprio il massimo. Li coltivo da un po’. La cella è piccola, circa undici metri quadrati, ma sono abituato agli spazi stretti.
Dicono che sono un mostro, ma non sanno nemmeno cosa vuol dire questa parola. La verità, la verità innegabile è che io voglio bene alla mia famiglia, le ho sempre voluto bene. Amo tutti i miei figli, sono i miei tesori. Elisabeth occupa un posto speciale nel mio cuore, forse questo non dovrei dirlo per non far torto a tutti gli altri, ma non posso negarlo perché è vero, e dovreste apprezzare la mia sincerità. Dicono che nella vita bisogna trovare la propria realizzazione personale. Io l’ho trovata nella mia famiglia. Ricca, numerosa. Mi sono occupato di lei ogni giorno e ho cercato di non farle mai mancare niente. Se i miei figli oggi sono sani e forti è anche merito mio, lasciatemelo dire anche con una punta di orgoglio. Se poi questo significa essere matto, come mi dicono in tanti, allora stiamo parlando di lucida follia. Ma è una follia così lucida da essere quasi trasparente.
gli uomini avrebbero già perso il senso della casa e del pianeta”
e così in pochi versi il grande poeta José Saramago racconta l’essenza del chicchiericcio delle donne. Un intreccio di parole che crea quella rete invisibile che impedisce di andare a fondo. Non dimetichiamolo!.