GiveMeAChance’s blog

Dai un futuro alle tue passioni

BloodyMary

Madre, come vorrei che Voi foste qui! Abbiamo sofferto entrambe, e per lungo tempo, ma ora sono felice di poterVi annunciare, senza tema d’esser smentita, che il mio desiderio di maternità è stato esaudito. Dio ha ascoltato le nostre preghiere, e presto avremo un erede! Questa meravigliosa notizia è riuscita a sollevare il mio cuore, e lo spirito mesto che lo adombrava da tempo. Tutte le sofferenze e le umiliazioni che abbiamo patito in questi anni si scioglieranno come neve al sole, e con l’aiuto di Dio non ne resterà nemmeno il ricordo. Presto partorirò un figlio. Presto, il popolo d’Inghilterra conoscerà il capostipite di una nuova discendenza.

Da alcune settimane ormai non ho più ciclo mestruale, né i malesseri tipici che lo accompagnano. Inoltre, i medici hanno constatato un indubbio ingrossamento del mio ventre, che in verità sento crescere di giorno in giorno. Sono tutti segnali di buon auspicio, che mi fanno sperare in un futuro migliore.

Mia regina, madre mia, senza dubbio alcuno Voi siete la persona che più di ogni altra può comprendere il mio stato d’animo. Non ci sono parole per descrivere le sensazioni che scuotono il mio cuore, ma sono certa che Voi capite benissimo ciò che intendo dirVi. Sono la Vostra unica figlia, la sola che sia sopravvissuta a una triste serie di aborti. Dio ha voluto così. Ha voluto chiamare a sé quelli che avrebbero potuto essere i miei fratelli, lasciandomi sola a difendere l’onore del Vostro nome. Mi duole molto doverlo riconoscere, ma le pagine storiche che verranno scritte sulla nostra famiglia ricorderanno mio padre, Vostro marito, come colui che ha portato dolore, e rancore, davanti a Dio e al suo popolo. Mio padre, re Enrico VIII, lo dichiaro qui e ora solennemente, è motivo di vergogna per me, a causa delle sue intemperanze, dei suoi disordini intellettuali e spirituali, nonché delle azioni dissennate che ha compiuto in materia di fede.

Per quanto io mi sforzi, non riuscirò mai a capire come abbia potuto preferirVi quella donna, Anna Bolena. E badate, non mi riferisco al fatto che abbia cominciato a darle attenzioni quando già era sposato con Voi, e neppure all’idea che lei fosse una semplice dama al seguito della Vostra corte. No. Qualsiasi uomo di sani principi, oso dire qualsiasi maschio capace di esprimere un giudizio obiettivo di fronte a due femmine, sono convinta sceglierebbe Voi seduta stante. E il motivo è semplice. Per Voi parlano il Vostro stile, e la morale, e l’intelligenza, e il timore di Dio, che invece non hanno trovato terreno fertile in quella donna, che il solo aspetto ha di gradevole. Ma ahimè, tutti noi sappiamo quanto la bellezza sia fragile ed effimera, soprattutto quando non sia riflesso di un’anima cortese.

Su questa terra non v’è cosa più triste di un uomo debole, dalla ragione latente e dal temperamento volubile. Se poi costui indossa la sacra corona d’Inghilterra, onore unico al mondo, il danno che ne deriva risulta incommensurabile. L’elenco degli errori che mio padre ha commesso è tanto lungo da suscitare grave imbarazzo al cospetto di Dio e di qualsiasi altro giudice terreno. Egli Vi ha rinnegata, ha tentato di annullare le Vostre nozze. Ha inoltre disconosciuto la mia legittimità di figlia, come fossi stata concepita in un letto di lussuria, e ha osato negarmi qualsiasi istruzione in materia di affari di Stato. Egli dunque può rendere grazie soltanto alla mia formazione cattolica e al mio animo indulgente se oggi, mentre egli riposa per l’eternità, ho ancora la forza e l’ardire di riconoscere in lui il sangue del mio sangue, la carne della mia carne.

Non ho mai smesso di pensare che Voi foste vittima di un avvelenamento, strumento quanto mai vigliacco per sopprimere il nemico, ma purtroppo non sono mai riuscita a provare la veridicità dei miei sospetti. So che non potrà mai esserVi di consolazione, ma quella donna senza timore di Dio è caduta in disgrazia presso mio padre, Vostro marito, il quale è arrivato ad accusarla di adulterio e di stregoneria, ordinandone l’immediata decapitazione.

Voi, Caterina d’Aragona, l’unica vera regina che io abbia mai riconosciuto come tale, non potete immaginare a quante nefandezze io abbia dovuto assistere. Quali orrori e brutalità siano stati commessi verso il popolo e la nostra stessa famiglia. Dal profondo del mio animo odo levarsi un grido di dolore e di disperazione che sale fino al cielo, che invoca pietà e aiuto al Dio dei nostri padri. Vostro marito, re Enrico VIII, ha percorso la strada dell’eresia, che lo ha irrimediabilmente condotto alla rovina. Aveva considerato la nostra religione, il cattolicesimo di Roma, come un suo affare privato, come strumento per le sue relazioni politiche. Ma la sorte non è stata benevola con lui, e lo ha giustamente punito, mediante le ripetute sconfitte nelle sue battaglie familiari.

Degni seguaci di mio padre, indegni quindi di sedere sul trono d’Inghilterra, hanno compiuto azioni subdole e violente affinché io fossi estromessa dalla successione alla corona. Dopo l’ennesima scelleratezza, che mi avrebbe visto soccombere di fronte a scelte dinastiche sciagurate, mi sono vista costretta a difendere strenuamente e con ogni mezzo i miei diritti di erede diretta e legittima. Madre mia, nove giorni sono stati sufficienti. Soltanto nove giorni! Per rivendicare i miei, o per meglio dire i nostri privilegi, sepolti dalle ingiustizie degli eretici. Il popolo mi ha acclamata a gran voce come unica regina d’Inghilterra, e ho potuto così sedere sul trono che da tempo mi spettava. Era il 19 luglio 1553. L’alba di una nuova era.

Come primo atto di governo ho dovuto compiere il gesto che Dio stesso ci chiedeva da tempo. Ho abolito la riforma di fede, quella vergognosa eresia che mio padre scellerato, Vostro marito, aveva sciaguratamente approvato durante il suo regno. Il mio primo passo è stato così la restaurazione della religione cattolica. Madre mia, la nostra amata Inghilterra deve tornare nel più breve tempo possibile nell’orbita papale, restituendo al clero l’autorità che mio padre gli aveva sottratto, e a tal fine sono orgogliosa di affermare che Dio ha trovato in me, sua serva e regina, lo strumento più efficace per la riaffermazione del cattolicesimo. Allo scopo di realizzare questa impresa, lo sapete bene, è stato per me indispensabile trovare marito. Un uomo forte, e timorato di Dio, con cui assicurare al popolo un erede maschio che possa consolidare la mia opera.

Filippo II di Spagna. La mia scelta è ricaduta su di lui. E con l’aiuto di Dio questi tempi bui e incerti presto avranno fine. Così sia fatta la volontà del Padre.

Purtroppo, riportare il cattolicesimo in patria non è opera facile, né indolore. La mia mano ha dovuto essere severa, a tratti inflessibile. Decine, centinaia di evangelici manifestano ancora il proprio dissenso verso l’unica fede degna di culto, e a me non resta altra soluzione che reprimere con fermezza qualsiasi tentativo di resistenza e ribellione.

Madre, oh madre… Guardate… guardate laggiù, tutti quei roghi che ardono per la città. Il mio cuore si stringe, e sanguina, mentre li vedo bruciare. Sacrificare vite umane! Il fuoco che si erge, e illumina la notte, e la sconvolge. Distrugge le membra di quegli stolti eretici che hanno rinnegato Dio. Distrugge i loro corpi, le povere anime obnubilate dal peccato, la loro empietà. Credetemi, non avrei mai voluto arrivare fino a questo punto. Non avrei mai voluto ordinare tutte queste condanne a morte, ma ahimè, non mi hanno lasciato altra via. Hanno perseverato nell’errore, hanno dato le spalle alla Verità. Sono stata costretta a fermarli, perché il cattolicesimo è il nostro bene supremo, e io difenderò la mia fede fino in fondo. Anche a costo della vita.

Guardate, madre mia… Non credete anche Voi che io sia incinta? Ormai non passa giorno che io non mi accarezzi il grembo, con la certezza che presto partorirò un figlio, il futuro re d’Inghilterra. Sento questa vita che cresce, dentro di me. Questa vita che Dio stesso ha desiderato. Ha desiderato per noi, per illuminarci e sostenerci nel buio dell’eresia. E ha desiderato per se stesso. Perché noi potessimo compiere la sua opera, perché avessimo un’arma in più, e assai potente, con la quale combattere i riformisti e restaurare il credo di Roma. Ascoltate, mia regina, il crepitio sommesso dei roghi che bruciano. Il fetore della carne, e del sangue. E le ossa che si spezzano fra le braci. Il fumo che si leva alto come incenso, e in ampie volute rende grazie a Dio. Oh madre mia, lo sapete meglio di me… La giustizia divina non fa rumore, trionfa silente nel fuoco che arde.

Dio mio onnipotente, che siete l’unica luce che illumina il mondo e guida i miei passi… Ora che sono qui, sola, in questa stanza, io mi rivolgo umilmente a Voi, e all’ombra dei miei peccati Vi chiedo una risposta limpida e sincera, che possa levarmi ogni dubbio sulle mie condizioni… Questo ventre che s’ingrossa, che prosciuga da giorni il mio sangue mestruale, è davvero il frutto divino che noi tanto abbiamo atteso? O non è forse, piuttosto, un segno barbaro e violento? Una punizione suprema, priva di redenzione? Giacché io so bene che Voi siete saggio e misericordioso, e propenso a perdonare ogni umana vergogna, ma la Natura, che regola l’universo intero, soppesa i meriti e le colpe senza fare sconto alcuno, e colpisce nel cuore delle nostre fragilità. Spero dunque che il mio grembo non sia diventato strumento di punizione né di vendetta verso i peccati della mia famiglia. Vi prego invece, e Vi supplico, dal profondo delle mie debolezze, che io sia feconda di vita e di speranza. Sì da perpetuare il Vostro nome in ogni tempo, e dipingere di Voi le ombre fra terra e cielo.









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IlFigliuolProdigo

Non mi ricordo, non mi ricordo i giorni precedenti. Però credo che fossero giorni normalissimi. Il fatto che io non abbia un ricordo preciso di quei giorni credo voglia dire che tutto più o meno era nella norma. Nessun brivido particolare, nessun litigio, nessuna brutta notizia. Quei giorni erano anonimi come tutti gli altri. Poi è arrivato il 4 agosto del 1989, ed io ho sparato ai miei genitori e a mio fratello. Quello che è successo quel giorno nella nostra casa di Parma è stato un gesto di follia estrema, un atto che non ha avuto precedenti e che non si è mai più verificato. Le motivazioni che mi hanno portato ad agire in quel modo sono da ricercare unicamente nella mia testa. Trovarle oggi però non è facile, anzi, direi che è praticamente impossibile.

Ho comprato quell’arma, un po’ di tempo prima. Era una Walther calibro 6,35. Non è stata una scelta casuale. E’ un’arma con dei proiettili abbastanza piccoli. Una volta sparati restano dentro il corpo, non fuoriescono dall’altra parte. Il che significa che lo spargimento di sangue è ridotto al minimo. Ovviamente il mio intento era quello di non lasciare tracce, di poter ripulire tutto senza correre il rischio che qualche macchia di sangue potesse sfuggirmi. Ricordo perfettamente che questa cosa, cioè l’acquisto di una pistola con certe caratteristiche, è stato l’unico atto di premeditazione che mi sono concesso. Non ho fatto altri calcoli né progetti. Ho solo atteso il momento propizio.

Il momento è arrivato il giorno prima della partenza per le vacanze. L’intenzione della mia famiglia era quella di partire con il camper e di andare in giro per l’Europa. Tutti insieme, per almeno tre settimane. Mio padre Giuseppe, mia madre Marta, mio fratello Nicola ed io, che sono il maggiore. Ho pensato che in quei giorni sarebbe stato difficile per chiunque sospettare qualcosa, domandarsi il perché della nostra assenza, dato che tutti sapevano che proprio in quelle ore saremmo partiti per le vacanze.

Era la sera del 4 agosto. Potevano essere le nove. Ricordo benissimo la sequenza dei fatti. Ricordo che ero in bagno con la pistola in mano. Sono andato lì a caricarla perché lì nessuno mi avrebbe disturbato. Mio padre stava salendo le scale. A quel punto sono uscito dal bagno, ho chiuso un paio di finestre per evitare che il rumore degli spari potesse sentirsi dalla strada. Poi me lo sono trovato davanti. Io avevo la pistola in mano e lo guardavo in faccia. Anche lui mi guardava, con un’espressione che non riuscirò mai a dimenticare. C’era stupore, c’era assoluta incomprensione, e incredulità, nel trovarsi di fronte il proprio figlio con quell’arma fra le mani. Io non ho detto niente, lui nemmeno. Mi guardava e basta, con quegli occhi strani e ancora inconsapevoli. Ho alzato il braccio verso di lui, e ho sparato due colpi, in rapida successione. Al petto. Lui è caduto all’indietro. E’ andato a sbattere contro la parete. Teneva le braccia aperte, nel goffo tentativo di stare in piedi, di non perdere l’equilibrio. Poi si è accasciato a terra. Adesso toccava a mia madre, che era in casa e doveva aver sentito tutto. Infatti dopo pochi istanti me la sono vista di fronte, anche lei con la stessa espressione che aveva prima mio padre. La sua però si è trasformata subito in terrore. Io avevo ancora la pistola in mano e le ho sparato due volte. Lei è caduta subito, colpita al cuore. In casa è tornato il silenzio. Era un silenzio sinistro, spettrale. Era come se non fosse reale, come se fosse artefatto. A quel punto mi sono seduto su una sedia della cucina e ho aspettato che mio fratello tornasse a casa dal lavoro. Quando è arrivato è successo tutto daccapo, come in una replica televisiva. Ho alzato il braccio verso di lui. Alla fine del mio braccio vedevo la pistola nella mia mano. Ho sentito altri due spari. Mio fratello in quel momento cadeva per terra.

Non avevo mai sentito un silenzio così opprimente in casa nostra. Era pesante come una pietra, come un macigno. Io guardavo tutta la scena, mi guardavo in giro, ma era come se fossi uno spettatore. Vedevo me stesso nell’atto di commettere quei delitti ma non avevo la lucidità, la consapevolezza di quello che stavo facendo. Era come stare davanti a un grande schermo cinematografico, potevo rendermi conto di tutti i dettagli, ma c’era un filtro che mi teneva lontano dalla realtà. Come il vetro di una finestra, che ti separa dal resto del mondo ma te lo fa comunque vedere benissimo. Quel tanto che bastava dal rendermi testimone lucido ma al tempo stesso incosciente della mia responsabilità.

Da quel momento in poi i miei ricordi si fanno un po’ evanescenti. Ho presente ancora la linea temporale dei fatti, ma non sono più fotogrammi precisi fissi nella memoria, sono solo semplici ricordi frutto della logica e della riflessione. Non è più un film che mi scorre davanti agli occhi pieno di particolari, con soggetti in primo e in secondo piano. E’ un grande puzzle che ho rimesso insieme negli anni. All’inizio c’era un grande buco, qualcosa che volevo rimuovere del tutto. Poi, quando la vita ha ripreso piano piano a scorrere normalmente, ogni tanto qualche particolare riemergeva e ritrovava il suo posto. Ci sono voluti anni, ma alla fine il quadro si è quasi completato. In pratica una verità ricostruita.

Ho trasportato i cadaveri di schiena, uno alla volta. Li ho messi sull’auto di mio padre e li ho portati in una discarica lì vicino, a qualche chilometro di distanza. Era notte fonda. Mi ricordo che la discarica era immensa. C’era un cumulo di sabbia piuttosto alto, mi sono nascosto lì dietro e ho iniziato a scavare. Dovevo fare in fretta perché di lì a poco si sarebbe fatto giorno. Ho messo i corpi in una fossa, neanche troppo profonda, e me ne sono andato. Nessuno li ha mai più ritrovati.

Sicuramente ho pensato di depistare un po’ le indagini. Mi sono messo alla guida del camper e sono partito per la Liguria. L’intenzione era quella di arrivare almeno fino in Francia, ma poi ho pensato che se avessero trovato il camper fuori dall’Italia la polizia avrebbe cominciato a cercarmi all’estero. Allora all’altezza di Genova ho cambiato direzione e sono andato verso Milano. Lì ho abbandonato il camper, dalle parti del carcere di san Vittore. Quando è stato ritrovato, poco tempo dopo, mi ricordo che Antonio Di Pietro, che all’epoca non si era ancora dato alla politica ma era uno sconosciuto pubblico ministero di Milano, era stato l’unico a dire che certamente si trattava di una tragedia familiare. I Carretta secondo lui non erano fuggiti all’estero, erano stati uccisi da uno dei due figli, che poi aveva fatto perdere le sue tracce. Allora nessuno gli aveva dato molto credito, ma devo ammettere che aveva visto giusto.

Sono scappato a Londra. Non è stata una vera fuga a dire il vero. Mi sono trasferito lì per viverci. Ho fatto diversi lavori, cose saltuarie. Per fortuna avevo dei contanti e alcuni gioielli di mia madre. Sono stato immerso nell’oblio per nove anni, fino al novembre del ’98, quando un poliziotto inglese mi ha fermato e identificato. Il tutto perché avevo lasciato lo scooter in divieto di sosta. A quei tempi facevo il pony express. Da quel momento è saltato fuori tutto. Mi ricordo che il sostituto procuratore di Parma Brancaccio è venuto a Londra a interrogarmi, ma io gli ho detto che dei miei non sapevo più nulla da diversi anni. La verità l’ho detta invece pochi giorni dopo. Ho confessato spontaneamente davanti alle telecamere di un programma tv. C’è dell’ironia in questa scelta, lo so. E’ una di quelle cose che non riesco a spiegarmi. Sta di fatto che poi sono stato costretto a tornare in Italia per rendere conto alla giustizia di quello che avevo dichiarato in televisione. Non ho aggiunto né tolto dei particolari a quello che avevo già detto in tv, solo che davanti al magistrato quelle stesse parole mi hanno portato a un processo per triplice omicidio. Nel ’99 mi hanno riconosciuto colpevole ma incapace di intendere e volere all’epoca dei fatti.

Sono rimasto per diversi anni in un ospedale psichiatrico. Nel 2004 mi hanno concesso la semilibertà. Poi nel 2006 sono entrato in una comunità di recupero a Forlì e ci sono rimasto fino ad oggi, nel 2009. Sono passati giusto vent’anni da quegli eventi, e in tutto questo tempo ho fatto quello che potevo per ricostruirmi una vita quasi normale. Ho studiato informatica, contabilità. Un paio di lingue straniere. Adesso, quando mi capita di rivedermi nella registrazione di quella puntata alla televisione stento quasi a riconoscermi. Oggi mi sento un uomo tranquillo. Potrei dire un uomo guarito. Allora non era così, allora ero prigioniero di una calma apparente, di un passato che non avevo risolto, con cui non mi ero ancora confrontato. Non avrei potuto continuare a vivere così, facendo finta di niente. Prima o poi sapevo che tutto sarebbe tornato a galla, che avrei dovuto guardare in faccia il mio passato perché ne avevo bisogno per vivere.

Ormai ho perso il conto delle volte che mi hanno chiesto del movente. Perché ho ucciso i miei genitori e mio fratello. Perché. Perché. Ho dichiarato che è stato un atto di follia pura, di follia completa. In quel preciso frangente non ero io ad agire, non ero io a uccidere. Lo prova il fatto che mi hanno dato una specie di infermità mentale, se così posso chiamarla. Ma c’è qualcosa di radicato, qualcosa che si perde nel mio passato di adolescente. C’erano delle cose che non funzionavano nella mia mente, e quelle cose sono andate a scontrarsi con alcuni atteggiamenti di mio padre verso di me. Io mi comportavo in modo strano, devo ammetterlo, ma lui non ha mai cercato di capirmi, di darsi una spiegazione. Lui mi umiliava, e accadeva abbastanza di frequente. Tutto è iniziato nel 1982, quando mi rimproverò per un fatto preciso che non voglio rivelare, e da quel momento in poi i nostri rapporti si sono progressivamente deteriorati. Ora, io non voglio dire che l’omicidio si spiega e tanto meno si giustifica con quei fatti antecedenti, perché rimane un autentico atto di follia, un gesto incomprensibile e direi anche imperdonabile. Ma è altrettanto vero che in quegli anni era germogliata in me una radice di odio profondo, verso mio padre soprattutto, e sono assolutamente convinto che il nostro rapporto era così deteriorato che non avrebbe potuto risolversi in altro modo se non in tragedia.

L’anno scorso ho ottenuto l’eredità della mia famiglia, la stessa famiglia che ho ucciso a colpi di pistola. Questa cosa ha suscitato molte polemiche. Centinaia se non addirittura migliaia di persone si sono indignate per questo, ma io non posso farci nulla. La persona che ha sparato quella sera non ero io. Non ero io in quel momento, l’hanno detto anche i giudici, altrimenti sarei finito in prigione per il resto della vita. So che questa è una cosa difficile da accettare, ma è così. Mi dispiace, forse è vero, davanti alle persone dovrei avere un atteggiamento più umile e remissivo. C’è chi mi giudica arrogante, presuntuoso, ma sono solo me stesso. Sento su di me la colpa di quello che è successo, cosa posso fare di più?

Ho intenzione di mettere in vendita la casa dei miei, perché non me la sento di tornare a vivere là. Ci ricaverò qualcosa, magari non proprio il valore di mercato, ma anche questo rientra nell’ordine delle cose. Lo so che posso sembrare distaccato, o insensibile, ma non è così. Diciamo che è soltanto un’apparenza. C’è una frase che ho letto da qualche parte e che mi sembra una sacrosanta verità. Non trasmettere emozioni non vuol dire affatto non provarle. E su questo c’è qualcuno che è d’accordo con me, son sicuro.









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LaCarneFaBuonSangue

Domani, 15 aprile 1925, sarò decapitato. Ancora non mi sembra vero. Non mi sembra possibile che stavolta sarà la mia testa a staccarsi dal corpo, e la cosa divertente è che domani tutto avverrà secondo le regole, nel rispetto assoluto della legge. Ma in fondo è giusto così.

Il filosofo e psichiatra Theodor Lessing, uomo acuto e intelligente che ha seguito il mio caso e tutto il processo fin dall’inizio, pubblicherà un libro su di me. E’ la storia del lupo mannaro di Hannover. Sì, mi hanno definito proprio così, forse con un eccesso di fantasia. Lo so che cosa ha scritto il dottor Lessing nel suo libro. Lui crede che io abbia qualche problema a livello mentale, e sinceramente lo credo anch’io. Non lo dico per cercare di assolvermi, per diminuire le mie responsabilità, ma perché mi conosco, e devo ammettere che qualcosa che non funziona c’è davvero nella mia testa. Non è solo per il fatto che sono omosessuale, anche se lo so bene che l’omosessualità è contro la legge, ma è per tutti gli altri reati che ho commesso. Che sono ben più gravi, mi sembra.

Mio padre era un uomo dal carattere molto chiuso, che passava il suo tempo a ubriacarsi nelle osterie. Mia madre aveva sette anni più di lui ed era una donna parecchio autoritaria, che comandava tutti a bacchetta nonostante abbia passato gli ultimi dodici anni della sua vita senza potersi alzare dal letto per via di una forma di invalidità. Mia madre era tutto. La sua voce si sentiva in ogni angolo della casa, e soprattutto nella mia testa. Non so allora che cosa mi è scattato esattamente, ma ho fatto una cosa un po’ strana. A un certo punto ho cominciato a giocare con le bambole. Così, da solo. Mi piaceva coccolarle, parlarci assieme. E poi ogni tanto mi travestivo da donna.

Alla scuola militare ci sono rimasto pochissimo, questo perché non mi trovavo bene per niente, e poi anche per qualche attacco di epilessia. In quel periodo è cominciata la mia carriera criminale, con un tentativo di molestia verso un ragazzino più piccolo di me. Mi hanno rinchiuso in un ospedale psichiatrico perché ero ritenuto socialmente pericoloso, ma lì non potevo proprio starci, e così sono scappato. Ho commesso furti, rapine. Certo non ne vado fiero, ma dovevo pur campare di qualcosa. Poi è arrivata una condanna dura, la prigione vera. Una di quelle cose che possono stroncarti la vita. Io però mi sono comportato bene, da detenuto modello, così nel 1917 mi hanno concesso la libertà condizionata. Sono perfino diventato informatore per la polizia. Mi presentavo a tutti come un agente in servizio. No, non proprio a tutti. Solo a chi mi interessava sul serio. Specialmente ragazzini. Questo è stato l’inizio della mia discesa agli inferi.

Domani mi tagliano la testa. Mi piacerebbe essere sepolto in mezzo al mercato di Hannover, così la gente si ricorderebbe di me. Fritz Haarmann, il primo omicida di massa. Ma sarebbe quasi un riconoscimento, un monumento alla memoria, che di solito si concede solo agli eroi, a chi ha fatto davvero del bene. Perciò non credo proprio che mi accontenteranno.

La parte più brutta della mia storia inizia nel 1918. A quei tempi mi capitava di bazzicare vicino alla stazione ferroviaria, dove potevo incontrare più facilmente dei ragazzini un po’ alla deriva. Molti non avevano un soldo in tasca, altri non avevano neppure un tetto sopra la testa. Alcuni erano scappati di casa, o addirittura erano orfani. Storie così. Il primo lo incontro in un bar. Si chiama Friedel e ha diciassette anni. Gli chiedo se vuole fare quattro chiacchiere, se gli va di passare del tempo con me. Dopotutto sono un agente di polizia no? Allora andiamo a casa mia. Stiamo un po’ così, facciamo conoscenza, ma ben presto l’atmosfera cambia. Si scalda. Lui non è stupido, capisce subito che sento il bisogno di una intimità vera, di un giovane maschio con cui soddisfare le mie esigenze. Sedare le mie pulsioni. Io ho bisogno di lui. Ho bisogno del suo corpo. Mi basta poco per convincerlo. Mi basta poco per possederlo.

Durante il nostro atto carnale mi avvicino al suo collo, piano piano. Prima lo sfioro appena, come farebbe il più dolce degli amanti. Lo accarezzo con le labbra, poi con la punta della lingua. Nelle mie narici sento il profumo della sua pelle. E’ un profumo che inganna, che inebria. Che stordisce. Mi avvicino ancora di più. Il mio alito caldo sul suo collo. Nella mia testa c’è come un animale selvaggio pronto a scattare. Ecco, uno spasmo improvviso del mio corpo, un colpo di reni più forte, che va a sbattere contro i suoi lombi. E’ un attimo. Azzanno la sua gola. Serro le mascelle. Di più. Ancora di più. Lo stringo forte, in un abbraccio mortale. Lui si contorce. Vorrebbe urlare. Un grido gli rimane soffocato in gola, mentre il suo sangue gorgoglia nella mia bocca. Si irrigidisce. Mugola. Si divincola. Poi, lentamente, i suoi muscoli iniziano a distendersi, sotto di me. Il suo respiro comincia a rallentare. Si affievolisce. Sento la sua vita che si spegne. Mi entra in circolo. Il suo corpo diventa subito pesante fra le mie braccia. Mollo la presa. Lui si accascia sul letto, morto. Il mio sguardo è fisso sulla sua schiena nuda. Lo squarcio nel collo. C’è sangue dappertutto. Sento il suo sapore in bocca. E’ caldo, amaro.

Prendo un caffè, bello forte. Ho bisogno di pensare. Poi vado a recuperare un secchio, una borsa di tela cerata, una di quelle molto resistenti. Un’accetta, alcuni stracci, e coltelli da macellaio. Trascino il corpo del ragazzo sul pavimento e inizio ad aprirgli la pancia. Tiro fuori le viscere e le metto nel secchio. Gli stracci mi servono per asciugare il sangue che si riversa dappertutto. Faccio altri tagli al torace, prendo le costole con le mani e le tiro finché non si staccano dal corpo. Cuore, polmoni, fegato, reni. Tutto va a finire nel secchio. Con l’accetta stacco la testa e le gambe. Adesso viene il lavoro più di fino, perché voglio recuperare tutta la carne disponibile. La metto nella borsa di tela cerata. Taglio anche il suo membro e lo faccio a pezzettini. Mi fa un po’ schifo, ma non posso farne a meno. Il contenuto del secchio e tutte le ossa spolpate vanno a finire nella Leine, il fiume che attraversa Hannover. Invece tutta la carne che sono riuscito a recuperare la vendo ai vicini di casa. E anche i vestiti.

Tutto questo succedeva nel 1918, alla fine della guerra. Vi ricordate come si viveva in quegli anni? Come si sopravviveva? Come si moriva? Io me lo ricordo molto bene. La Germania aveva perso la guerra, con sette milioni di morti. E poi stava per cominciare una crisi economica che avrebbe causato altri milioni di disoccupati. L’inflazione era altissima, con il marco tedesco che praticamente non valeva più niente. Io sono una persona ignorante, e soprattutto non mi intendo di politica, ma ho sentito che quelli che hanno vinto la guerra poi ci hanno anche imposto delle condizioni spaventose, e alla fine siamo finiti sul lastrico. Il mio Paese stava letteralmente morendo di fame. Quando poi hai fame, ma fame davvero, e non hai niente da dare ai tuoi figli, be’ io credo che non ti fai troppe domande. Anzi, non ne fai nessuna. Io in quegli anni avevo della carne a buon prezzo. Tanta carne. A volte addirittura la regalavo, ai miei vicini. E nessuno è mai venuto a chiedermi qualcosa. Perché si moriva di fame.

Sono andato avanti così per un po’ di tempo. Conoscevo dei ragazzini in giro per la città, li portavo a casa mia e dopo aver fatto amicizia li mordevo alla gola. Poi uscivano a pezzi, come vi ho già detto. In questo modo ho aiutato un sacco di persone a sopravvivere in quegli anni. Non voglio dire di essere stato un benefattore, perché molti ragazzini nel frattempo ci hanno rimesso la pelle, ma è pur sempre vero che parecchia gente si è riempita lo stomaco con quella carne, e ha dato da mangiare alla propria famiglia. Senza contare tutti quei vestiti che sono serviti a ripararsi dal freddo. E Dio solo sa com’è utile un cappotto da queste parti, specie in pieno inverno.

Il 17 maggio del ’24 alcuni bambini che stavano giocando vicino al castello di Hannover hanno trovato un teschio umano. Un paio di settimane dopo il fiume Leine ha restituito alcuni pezzi di cadaveri. Devo aver sopravvalutato la sua capacità di smaltimento. Insomma, a quel punto la gente ha cominciato a preoccuparsi. La polizia si è messa a indagare. Stavolta sul serio. Nell’arco di un mese sono saltate fuori altre cinquecento ossa umane, ed è risultato che riguardavano almeno una ventina di cadaveri diversi. Allora si è diffuso il panico.

A questo punto mi sa che ho fatto una mossa un pochino stupida, ma non potevo prevedere le conseguenze. Sono andato alla polizia e ho denunciato un ragazzino. Avevamo litigato alla stazione. Solo che lui di rimando dice che l’ho violentato, così quelli decidono di trattenermi. Qui allora è cominciata tutta una serie di sospetti, di interrogatori, di accertamenti, anche per via di tutti quei cadaveri che erano venuti fuori uno dopo l’altro. Fanno delle perquisizioni a casa mia e trovano gli abiti delle vittime. Una quantità incredibile di indumenti. In un soprabito c’erano ancora i documenti di un ragazzo scomparso due mesi prima, e così mi mettono in prigione.

Il processo per fortuna è durato poco. Solo due settimane. Nessun avvocato decente voleva difendermi, tutti rifiutavano l’incarico, così me ne sono ritrovato uno d’ufficio che aveva solo voglia di andare in pensione. Comunque devo riconoscere che anch’io non mi sono comportato in modo molto astuto. Alcune volte mi sono contraddetto, altre ho aggiunto persino dei dettagli che nessuno poteva sapere all’infuori dell’assassino. Il fatto è che non ne potevo più. Volevo che tutta questa storia finisse al più presto. E per fortuna adesso sta per finire.

Su questo foglio di carta, lo tengo qui nel taschino, ho scritto i nomi di tutti quei ragazzini morti. Alcuni non me li ricordavo nemmeno. I nomi intendo. Li ho segnati qui sopra durante il processo. Friedel è il primo della lista, ed è quello di cui vi ho parlato. Non so perché, ma lui me lo ricordo proprio bene, quasi con affetto direi. Probabilmente me ne sarei anche innamorato se avessimo continuato a frequentarci, ma l’amore alla fine è una brutta cosa, porta sempre sofferenza. Ecco, poi c’è Fritz. Si chiamava come me. Suonava il piano, era un artista. E poi Wilhelm. Roland. E poi Hans, Ernst, Heinrich, Paul, Richard, un altro Wilhelm, Christoph, Heinz. E poi Adolf, un altro Adolf, un altro Ernst, un altro Heinrich, Willi, Hermann, Alfred, un altro Hermann, Robert, un altro Heinz, un altro Fritz. E Friedrich, il più giovane, di undici anni. Poi Frederich, e infine Erich. Sono più di venti. Lo so lo so, non c’è da andarne fieri. E’ che all’epoca non avevo tenuto il conto. Poi il 22 giugno dell’anno scorso finalmente mi hanno arrestato.

Sono stato condannato a ventiquattro pene di morte. Però la testa da tagliare stavolta è solo una. Un sacco di gente adesso si sentirà sollevata. Molti vorrebbero assistere all’esecuzione, e onestamente non posso dargli torto. La mia morte sarà una liberazione, un sollievo. Per me, prima di tutto. Non vedo l’ora. Spero solo che facciano in fretta, non ne posso più di aspettare. E’ la cosa più brutta che ci sia.

Mi spiace che non riuscirò a leggere il libro del dottor Lessing su di me. Poi magari non ci avrei capito niente lo stesso, perché chissà quanti concetti, quante parole difficili. Ma la sua idea di base è abbastanza chiara. In pratica io avrei una specie di malattia sessuale, ma nel cervello, che mi spinge a desiderare la morte dei miei compagni di letto. L’amore poi mi renderebbe tutto ancora più facile. Cioè, la sofferenza fisica della persona amata mi procura un piacere così forte che non riesco più a fermarmi. Io a dire la verità non so se sia proprio così, ma una cosa è certa, e l’ho detto anche al processo. Lo so che sembra incredibile, e infatti non voglio che suoni come una scusa, ma per me è così. A uccidere qualcuno si sente qualcosa dentro che non si può spiegare. Il fatto è che io ci provo gusto, e anche tanto. A berne il sangue poi, quando è ancora caldo, non ne parliamo. Sarò anche un po’ matto, ma non c’è niente da fare. Uccidere qualcuno è più facile quando quel qualcuno lo si ama. Per me è così. Davvero.








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BLACKJACK

Ci sono angoli, curve, e prospettive di questa città, che sembrano di una beltà senza pari. Soprattutto la sera, quando il sole declina verso l’orizzonte, e l’ultimo suo respiro annuncia l’oblio dei nostri sensi. Quando la luce del giorno si riverbera dal punto di fuga, e par quasi che sonnecchi, e sbadigli, prima di coricarsi stancamente sui tetti delle case e le acque del Tamigi. Quando l’ultimo raggio di sole accarezza le ombre lunghe del tramonto, finché la sua luce obliqua dipinge di arancio un cielo mesto e annoiato. Quando tutta Londra, mentre il sole muore lentamente, diventa un quadro sfumato a carboncino. Quando l’emozione e il sentimento si fanno poesia, e nel momento medesimo in cui si fanno poesia raggiungono la vetta del loro splendore e non hanno più bisogno di parole. Quando tutto ciò si avvera, quando tutto ciò alla fine si compie, confesso di rimanere ammutolito e inerte. E come un bambino che tiene fra le mani il suo giocattolo più bello, il più desiderato e al tempo stesso inaspettato, io resto a guardarne, commosso e smarrito, lo spettacolo inconsapevole.

Eccoti lì, mentre solchi stancamente lo stesso tratto di via, mentre ondeggiano i glutei nel movimento ritmico dei fianchi, e come uno spettro di lussuria sorridi all’uomo della strada, e gli strizzi l’occhio, soffermando il tuo sguardo lascivo sul suo viso e nel profondo del suo desiderio. Lo apostrofi così, con parole imparate a memoria, parole che ti dipingono addosso una veste rossa e vuota, come un manichino che la indossa, ma senza vita. A passi muti mi avvicino, nascondendomi dietro le ombre di Whitechapel, e quando ti raggiungo tutto avviene in pochi brevi attimi, senza rumori, senza grida. Solo un gemito soffocato, più di sorpresa che di dolore, perché ho fatto in modo che la tua morte fosse rapida, che la tua anima potesse finalmente liberarsi così, in un istante, e distendere le sue ali verso il cielo e la sua redenzione.

Un taglio alla gola, netto e profondo, fino alle vertebre del collo, fin quasi alla decapitazione. Il sangue, la vita stessa che sgorga, defluisce scura e si allarga, fino a perdersi tutta lungo il marciapiede di Buck’s Row. Di fronte al mattatoio, ironia della sorte. Adesso non respiri più. Incido il tuo ventre molle fino all’inguine. Estraggo il tuo intestino. E’ caldo, quasi gelatinoso al tatto. Scivola tra le mie dita. Lo adagio lentamente in spire concentriche sull’addome aperto, mentre quello che resta del tuo calore si condensa in un alito di fumo che poi evapora tutt’intorno. La lama del coltello procede verso il basso, verso la sorgente stessa della vita, quella che hai osato profanare con mille sordidi amanti, senza vergogna né pudore. Taglio. Seziono. Almeno una decina di volte. Ed ecco, alla fine, copiose ferite ai genitali, peccaminosi e impudichi.

Mi è piaciuto. Sì, lo ammetto. Non è stato solo un atto necessario. Non è stata soltanto la tempestiva risposta a una chiamata interiore, a un dovere ineluttabile. Devo riconoscere, ahimè, che non s’è trattato solo di un gesto meccanico, di chi non può rifiutarsi di agire per un bene più alto. E’ stato un gesto carico di passione, di forte partecipazione emotiva, ed è riuscito a saziarmi, mi ha largamente ripagato dello sforzo e del rischio stesso dell’impresa. Mentre sono qui in questa latrina, a ripulirmi del sangue e dell’odore acre della morte, ripenso a quanto è accaduto stanotte, e mi rendo conto, nudo di fronte alla mia stessa anima, che non mi sarà facile fermarmi. Oggi, 31 agosto 1888, ho superato la linea subdola che distingue l’adempimento del dovere dalla soddisfazione del piacere.

Non avere paura di me, ancora non mi conosci. Cosa ti fa pensare che io sia una minaccia, un pericolo? No, aspetta. Non puoi andartene così. Rifletti un attimo. Dopotutto potrei essere un nuovo cliente, no? Oppure potrei essere un amico, potrei avere bisogno di aiuto. Potresti essere tu ad avere bisogno di aiuto, magari del mio aiuto. Invece no, cerchi di scappare. Cammini piano, poi allunghi il passo. Ti metti a correre. Inseguo il rumore dei tuoi tacchi, inseguo il profumo dei tuoi capelli, a breve distanza. Ormai non posso permetterti di fuggire, ormai è troppo tardi. Pochi istanti fa il tuo sguardo è annegato nel mio, il tempo d’un battito di ciglia, e in quel momento il tuo destino è stato scritto, e ora sta per compiersi. Mentre corri, e ti guardi indietro, i tuoi occhi tradiscono il terrore e il colore stesso della morte. Ti prego, non fare così, non prolungare l’agonia. Non costringermi ad agire d’impulso, senza la giusta premeditazione. Potrei farti male. La mia mano potrebbe tremare, potrebbe non conservare la necessaria precisione, perdere lucidità. Ma tu non mi ascolti, sei una povera sciocca. Una volgare meretrice da quattro soldi. Come ho potuto solo pensare che tu fossi davvero una persona? Una persona intelligente? Come ho potuto pensare che tu ti volessi bene? Ti ho sopravvalutata, lo so. Ho sbagliato. Forse è meglio così, forse è meglio che la tua vita finisca qui. In qualunque modo, ma al più presto.

Odo l’eco delle cronache. Tutti i giornali narrano le mie gesta, aggiungendo particolari licenziosi che alimentano il mio orgoglio e la mia fantasia. Il mio spirito se ne compiace, e s’infiamma, cercando soddisfazioni nel buio della notte.

Il 25 settembre ho scritto al direttore di Scotland Yard. E’ stato un gioco e contemporaneamente un vero atto di sfida, lo ammetto. Ho sentito la necessità di svelarmi un poco, anche soltanto per lettera. Dar voce alla mia ingombrante personalità. E mi sono anche divertito. Ho confessato di aver raccolto un po’ di sangue in una bottiglia di birra. Sangue dell’ultima vittima, di ciò che ne rimaneva. Volevo usarlo come inchiostro, divertirmi a vergare la carta da lettera con i segni indelebili e inequivocabili delle mie azioni, ma non ho considerato il fatto che il sangue rappreso diventa subito denso come colla, quindi inutilizzabile allo scopo. Pazienza. Ma la firma di Jack lo Squartatore, permettetemi di dirlo, è piaciuta proprio a tutti.

La gente comincia ad avere paura sul serio. La paura di chi non sa che fare, non sa dove andare. La paura di non sapere chi può sopraggiungerti alle spalle, all’improvviso, durante la notte. Be’, potete stare tranquilli. Ho iniziato con le prostitute perché sono bersagli facili, sono vittime deboli, e ho intenzione di continuare così. Fidatevi di me. Non mi fermerò finché non mi prenderanno.

Faccio due passi fino a Mitre Square. E’ una sera fredda, che sta per scivolare verso una notte umida e particolarmente buia, senza luna né stelle. La notte migliore per andare a caccia. Ormai non posso più nasconderlo, la mia nobile missione di pulizia sociale si sta trasformando drasticamente in atti di puro edonismo, che trovano legittimazione in motivi prosaici e del tutto effimeri. Non so in quale altro modo spiegare la mia condotta, ma non sento neppure l’obbligo di farlo. Provo una tale soddisfazione fisica in quello che faccio che non mi interessa affatto trovare giustificazioni.

Quel vecchio cocchiere ha rovinato i miei piani. Prima o poi doveva succedere. E’ arrivato nel momento sbagliato e non ho potuto finire il lavoro. Ho lasciato la tua collega a morire in Berner Street, e la cosa non mi piace per niente. Sono rimasto con l’amaro in bocca, come quando il piacere ti viene sottratto all’improvviso e senti la necessità di trovarne subito uno più forte, più intenso, con cui cancellare la frustrazione che ti scorre sotto la pelle. Ecco perché ora è giunto il tuo turno. Stavolta, lo giuro, non è colpa mia.

Cosa credi di fare, lurida puttana?! Pensi di scappare?? Ma guardati, sei solo una vecchia troia!! Una troia di periferia che non ha la decenza di starsene a casa. Ma non ti preoccupare, nessuno sentirà la tua mancanza, puoi giurarci. Dove stai andando?? Dove scappi?? Pensi di fottermi?! Pensi davvero di potermi fottere così?! Non c’è ancora riuscita la polizia!! Quei poveri stupidi non ci sono ancora riusciti, e pensi di farcela tu?? Non è la tua serata fortunata, mi dispiace tanto. Ecco, questo per cominciare, se ti venisse voglia di urlare. Un bel taglio alla gola netto e preciso, per soffocare le tue grida. Finisce così la triste vita di una povera e stupida puttana. Nessuno piangerà la tua scomparsa, questo è sicuro. Con il coltello scendo dritto fino all’inguine. Estraggo lo stomaco, poi l’intestino. Fumano di calore corporeo, a contatto con la fredda notte londinese. Li adagio sulla tua spalla destra. Tagliuzzo il fegato. Asporto il rene sinistro. Recido gli organi genitali. Mi accanisco sul tuo viso, senza tregua. Asporto il naso e il lobo dell’orecchio sinistro. Eseguo numerosi tagli alle labbra, così profondi che si vedono le gengive. Lacero la palpebra dell’occhio destro. Mi porto via qualche souvenir. Così, per prolungare il piacere. Me lo sono meritato.

Dall’inferno

Signore,

vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era molto buono. Potrei mandarvi il coltello insanguinato con cui l’ho tolto se solo aspettate ancora un po’

Firmato

Prendetemi se ci riuscite”.









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Intervista a Emanuele Cislaghi

: Il tuo racconto “” colpisce immediatamente per la forza del suo linguaggio. Da dove nasce?

Emanuele: Nasce dalla mia passione per il libro “Arancia meccanica” (che inizialmente uscì in Italia con il titolo “Un’arancia a orologeria”, traduzione letterale di “A clockwork orange”, 1962). Mi ha sempre affascinato il modo di scrivere di Anthony Burgess, soprattutto in questo suo bestseller (e longseller). Inventò un linguaggio nuovo, fatto di veri neologismi, tanto da incuriosire lo stesso Stanley Kubrick, che nel 1971 ne trasse il film che tutti conosciamo.

Per fare un omaggio al libro e al film ho tentato di ricreare il linguaggio e il personaggio stesso di Alex, protagonista di entrambi.

Ho immaginato che, a distanza di 50 anni dalla sua “nascita” letteraria, un giornalista di provincia lo andasse a trovare per fargli raccontare come la sua storia ebbe inizio. Una sorta di prequel, di “capitolo zero”, da cui poi nacque il tutto.

: Quali altre riflessioni ti hanno guidato nella sua stesura?

Emanuele: La questione del libero arbitrio. Che cosa è meglio? Scegliere tra Bene e Male, scegliere senza alcun condizionamento esterno, pur sapendo che si può (o si vuole) sbagliare. Oppure essere costretti a fare solo il Bene, per il bene della società, ma sentendosi poi schiavi di una scelta che si è rivelata obbligata?

: Domande molto interessanti, chissà cosa ne pensano i lettori ! Grazie Emanuele.

Racconti:

- UnAranciaAOrologeria

- IlPrincipeAzzurro

- NessunoTocchiCaino

- LaFestaDelPapa’

- DiciottoCandeline

- IlLupoEL’Agnello

- BlackJack

- LaCarneFaBuonSangue

- PensioneEden

- IlFigluolProdigo

- SaponetteInOmaggio

- BloodyMary








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Il Blog di Emanuele

Emanuele nasce a Milano nel settembre del 1974, e non è cosa da poco.

Ha una passione maniacale per Stanley Kubrick.

Recita in una compagnia teatrale fatta di eroi metropolitani.

Nel 2009 ha pubblicato il suo primo libro, “Ascolta le mie voci”.

Crede nella vita.

Crede nella timidezza dell’aurora, nella bellezza effimera del tramonto.

Crede nelle lacrime, nelle cicatrici, nelle rughe dei nonni e nelle carezze dei bimbi.

Crede nella dignità, nel rispetto, nella fatica del perdono.

Crede nella musica e nella poesia.

Crede nell’amore, nel sacrificio, nel dono gratuito e nella beneficenza silenziosa.

Crede negli sguardi e nei sorrisi.

Crede nelle promesse, nei silenzi, nelle strette di mano e nei voli della fantasia.




Il Blog di Emanuele sarà un percorso di racconti e storie tratte dal suo immenso repertorio in continua evoluzione: nasce dall’idea di pubblicare alcuni racconti che abbiano per protagonisti alcuni personaggi del crimine italiano e internazionale, realmente esistiti o anche prodotti della letteratura entrati nell’immaginario collettivo.

Emanuele crede possa essere curioso e interessante provare a immedesimarsi nella mente e nel cuore di chi ha fatto parlare molto di sè sulle cronache dei giornali, nelle aule giudiziarie o anche più semplicemente tra le pagine di letteratura: personaggi odiati, (amati?), condannati, da qualcuno assolti, ma in ogni caso controversi.

E’ ovviamente un’interpretazione molto personale, filtrata dal suo punto di vista e dalle sensazioni che hanno suscitato le loro storie e le loro idee.

A dirla tutta, a Emanuele piacerebbe molto che la lettura di questi racconti alimentasse qualche riflessione tra i lettori: ogni commento è gradito…



Leggi la sua intervista e i suoi racconti








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Ebook o non ebook?

Nel suo interessante articolo comparso sul Secolo XIX del 14 ottobre 2010 Vittorio Bo sottolinea come alla fiera del libro di Francoforte si sia dato molto spazio, forse troppo, al dibattito sugli .

Noi di concordiamo con Bo. L’ è una tecnologia che permette una diversa fruizione dell’informazione rispetto al libro tradizionale ma è pur sempre una tecnologia e, a una fiera del libro, il focus dovrebbe essere  sul  contenuto piuttosto che sul  supporto.  Di contenuti, e soprattutto della qualità di questi,  si parla sempre meno tanto che  viene il sospetto che “il re è nudo”.

La creatività, le idee originali, la fantasia languono e allora meglio affascinare la platea con le prodezze tecnologiche piuttosto di dover  ammettere che, forse, a dispetto dei miliardi di nozioni che circolano furiosamente on line e su tutti i devices,  il contenuto, inteso come elaborazione originale di notizie e dati, zoppica.

Siamo tutti “informivori ” come sostiene Franz Schirrmacher ma rischiamo di ingozzarci di “trash news” , diventando obesi di una informazione mordi e fuggi che sazia, in apparenza,  ma non fa crescere.

Leggi anche: Ebook sì ebook no, la nuova frontiera editoriale

e: Ebook, I-Pad e Ipad generation



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Ora anche tu puoi scrivere il tuo ebook

Sei un autore esordiente? hai un’idea editoriale nel cassetto?
…ma sei insicuro, oppure non hai ancora trovato l’idea giusta?

Oppure hai l’idea giusta ma non sai come svilupparla e concretizzarla?

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Giornali e …

Sensibile al canto della sirena ecologistica, un’azienda del Colorado costruisce bare in materiali con un basso impatto , ed ha scelto, tra l’altro, la carta di giornale per le casse da morto, magari cofani poco appariscenti, per niente inquinanti ed anche mollto economici, cosa che permette ai parenti del de cuius di fare una bella mossa ecologista senza intaccare di molto l’eredità.

Questo uso “estremo” dei giornali come contenitore di cadaveri non è differente dal fatto di essere nella precedente vita il contenitore del cadavere della verità.



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Masochismo Fiscale

Giornata al CAAF per la dichiarazione dei redditi. Sotto al sole di giugno 2009,  un chilo e mezzo di documenti per certificare i redditi percepiti e le poche detrazioni ammesse, per alleviare un po’ l’imposta.
La cosa strana è che la maggior parte dei dati contenuti in queste cartacce, che saranno poi trascritti in un modulo fiscale (altre cartacce!), sono già conosciute dalla (PA) che, nel piacere perverso di torturare i cittadini, non s’accorge che s’ infligge inutili pene in una specie di masochismo burocratico.
Le anagrafiche del dichiarante e famiglia sono già nel sistema dell’Agenzia delle Entrate.
I dati del CUD già li possiedono, direttamente dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico.
I dati del mutuo possono averli direttamente dalle banche da computer a computer.
Le tasse scolastiche vanno a Università e scuole che sono pezzi dello stato.
Mancherebbero le ricette e le fatture dei medici, che non sarebbe un problema catturare alla fonte (farmacia, clinica, medico).
Perchè non si fa, nonostante uno sbandieramento continuo e megafonato di voler ammodernare la PA?
Interrogato, il politicume darebbe risposte di circostanza, tanto per accontentare il suo ego esposto alle telecamere, assicurazioni su futuribili piani a tre anni almeno e, ovviamente, senza aver compreso bene su cosa si viene interpellati come certi studenti che a scuola vanno per scaldare il banco, togliendo preziose braccia alla pulizie delle strade e al lavaggio e stiro delle camicie.
Cosí continueremo nei secoli dei secoli a portare cartacce al CAAF, che ne farà doverose copie, avremo per casa, in ordinati faldoni, le stese cartacce, da conserare per almeno dieci anni (ma per prudenza, meglio per sempre), e la PA continuerà ad espandersi in altezza e larghezza per ospitare gli archivi per quelle stesse cartacce, del tutto inutili alla gestione amministrativa, ma tanto necessarie  al politicume per promettere che, se vincono loro invece di quegli altri, faranno una bella riforma della PA.
Una favola che si sente ormai dal 1861, quando lo staterello militarizzato dei Savoia, fusosi in armoniosa missione con la burocrazia assolutistica vaticana, diedero vita alla più pletorica macchima burocratica il cui scopo non è servire il popolo, ma controllarlo tramite le carte, punirlo anche per infrazioni minimalissime, anche a costo di costi rilevantissimi, di cui nessuno se ne cura perchè, alla fine della fiera e in un esplosione  di sadismo, il cittadino paga - tramite le sue stesse tasse - per essere torturato.
O il cittadino paga perché, da raffinato masochista, ama essere torturato dal politicume, cui spesso lecca la mano, per non dir di peggio?
La seconda ipotesi è sicuramente molto più calzante.



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